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martedì 1 novembre 2016

ANCORA SU VIA IDRO

Come ho precisato varie volte io non sono un esperto di tematiche "rom". Il mio blog ha da sempre la finalità di ampliare gli elementi di conoscenza (+ conoscenza significa - pregiudizio e + protagonismo rom nel cambiamento). Per combinazione lavoro al Ceas e da poco nell'area Rom (non nel progetto di cui si parla sotto, il che mi solleva dalla responsabilità di esprimere un giudizio). La coscienza mi obbliga a pubblicare tutto. Mi auguro di riproporre presto le argomentazioni delle "controparti" e che si possa trovare una composizione fra enti ed associazioni nell'interesse soprattutto delle persone e dei bambini "di Via Idro".  
Paolo
 
Piero Leodi ha condiviso la sua foto.
Piero Leodi a Via Idro, che fare? Vi ricordate del campo rom di via Idro?
Il campo rom comunale e autorizzato di via Idro è stato chiuso, come è noto, il 15 marzo 2016 (7 mesi fa).
L’atto che consentì lo sgombero è la delibera della Giunta comunale del 17 agosto 2015 (14 mesi fa). Con quel documento, il Comune di Milano si impegnava a offrire alle famiglie rom di via Idro «il supporto necessario […] nella loro ricerca di soluzioni abitative più dignitose e più integrate nella città». Nella stessa delibera, al punto 3 del dispositivo, il Comune si impegnava anche a «supportare le famiglie e le persone fragili autorizzate a dimorare nel campo di via Idro con le tipologie di ausili e le relative regole in vigore».
Da quando il campo rom è stato chiuso, le famiglie di via Idro, che vi abitavano regolarmente, non sono più nell’agenda delle priorità del Comune di Milano. Della loro sorte non interessa più a nessuno. Diverse famiglie che avevano accettato la proposta di ospitalità nei Centri di emergenza sociale sono diventate, per la prima volta, nomadi a tutti gli effetti. Hanno infatti abbandonato i centri. Il perché lo ha magistralmente sintetizzato Carmela Rozza, che in quanto assessora alla Sicurezza ha ereditato il dossier da Granelli: i Ces sono «luoghi inadatti alla permanenza di esseri umani». In quei centri le famiglie sgomberate da via Idro non hanno trovato alcun progetto per migliorare la loro vita; le promesse di “integrazione”, di “autonomia”, di “scolarizzazione per i figli” sono risultate parole vuote.
Le famiglie che ancora sono sotto l’ombrello protettivo del Comune di Milano non vedono alcuna prospettiva per il loro futuro. Finora nessuna delle famiglie di via Idro (comprese quelle che sono ospitate al CeAS di parco Lambro) ha ottenuto orientamento e supporto nella ricerca del lavoro e di una soluzione abitativa stabile e non provvisoria.
Per il lavoro non è stata fatta nessuna proposta, nemmeno per quanto riguarda le “borse lavoro”. Alle richieste dei soggetti interessati la risposta più frequente è stata: «datti da fare, bello mio». Di soluzioni abitative non si è mai parlato.
Prima dello sgombero, abbiamo chiesto tantissime volte che si elaborassero proposte operative in tema di lavoro e casa. La risposta unanime dell’assessore Granelli, della dottoressa De Bernardis e di Maurizio Azzolini della Casa della Carità è sempre stata più o meno questa: «ne parliamo quando le famiglie saranno nei nostri centri e potranno quindi sviluppare il percorso con i nostri operatori».
Gli impegni presi da Granelli e dagli altri funzionari del Comune (cioè De Bernardis, Ferrittu, Femiani e Mirante dell’assessorato alle Politiche Sociali), alla presenza costante dei responsabili del CeAS/Casa della Carità, prevedevano la possibilità di ospitalità per 1 anno + 1 (poi diventati 3 mesi + 6, e il futuro è diventato molto incerto).
Durante la trattativa (alla quale partecipammo, insieme con il presidente Mario Villa e i consiglieri Alberto Ciullini, Stefano Costa, Alberto Proietti, Luigi Tranquillino, Gianluca Pirovano della Zona 2) si disse che i cittadini italiani di etnia rom di via Idro ospitati nel CeAS avrebbero contribuito economicamente quando la loro situazione, anche grazie ai “percorsi”, glielo avrebbe consentito.
La settimana scorsa una delle quattro famiglie ospitate al CeAS di Parco Lambro ha invece ricevuto una lettera di richiamo in quanto non ha provveduto a versare la “quota pattuita” prevista dall’Accordo di Accoglienza firmato il 23 marzo 2016. Un analogo provvedimento sarà consegnato a un altro capofamiglia nei prossimi giorni. La lettera di richiamo si conclude dicendo che «il percorso di accompagnamento volto all’autonomia sociale ed economica, per ottenere risultati, necessita di continuità e reciproca adesione agli impegni assunti».
Occorre allora ricordare agli estensori della lettera di richiamo (cioè CeAS, Casa della Carità e Comune di Milano, che firmano insieme il provvedimento in una promiscuità di competenze dove non è chiaro chi “detiene” il potere di comminare sanzioni) che questi mancati impegni dipendono essenzialmente dal fatto che le famiglie ospiti del CeAS non lavorano dal giorno dello sgombero, cioè dal 15 marzo 2016. La situazione di via Idro consentiva loro di svolgere qualche attività marginale (precaria, non criminale), che faceva guadagnare quel poco che bastava per vivere. Al CeAS ciò non è possibile. Queste famiglie (7 adulti e 8 minori) sopravvivono con una pensione sociale (non una a testa, ma una sola), aiuti di amici e conoscenti e “pacchi alimentari”.
CeAS, Casa della Carità e Comune di Milano sanno benissimo qual è la situazione di questi nuclei famigliari. A noi pare piuttosto evidente che l’operato della dottoressa Ferrittu (che speriamo agisca in proprio e non su esplicito mandato del Comune) e dei responsabili del CeAS-CdC sta producendo l’“espulsione” delle famiglie ospitate dopo lo sgombero dell’insediamento abitativo di via Idro.
Vogliamo sperare (e soprattutto lo vogliono Stefano ed Elvis e con loro Marina, Antonio, Antonia, Nada e tutti i loro bambini) che gli impegni presi dall’amministrazione Pisapia valgano anche per quella attuale. Il Comune di Milano rispetterà i patti, dando attuazione vera e concreta alla delibera dell’agosto 2015? Chi ha approvato quella delibera (sindaco Pisapia compreso) deve sentirsi impegnato, anche moralmente, affinché vengano attuate le parti della delibera relative all’integrazione e all’accoglienza di queste famiglie nella città. E questo vale a maggior ragione per chi aveva responsabilità politiche e gestionali con la precedente Giunta e le ha conservate in quella attuale, a prescindere dall’ambito di competenza.
Amici di via Idro
Milano, 24 ottobre 2016