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3° Congresso Italiano delle comunità romanès e delle associazioni
“Welfare plurale e comunitario per il futuro della minoranza romanì - Visioni e strategie a confronto” - L'importante
è partecipare … per i perdenti e gli speculatori?
22 e 23 ottobre 2016
Introduzione: analisi e proposte
Abbiamo partecipato e promosso numerosi convegni per la minoranza romanì
ed abbiamo sempre ascoltato ed avanzato le stesse promesse, la stessa
denuncia dei pregiudizi e della discriminazione verso le comunità
romanès, senza mai definire e realizzare una concreta
operatività dotata di senso per migliorare le condizioni delle comunità
romanès; troppo spesso, ieri come oggi per egoistico
personalismo-autoreferenziatità o interessi personali, vengono diffuse
informazioni false sulla minoranza romanì che producono
discriminazione.
Un detto latino afferma: “La goccia scava la roccia non con la forza ma con il continuo stillicidio.”
Un criminale nazista dichiarava: “Ripetere una bugia cento, mille, un milione di volte, diventerà una verità.”
Le disastrose scelte del passato impongono un radicale cambiamento delle
scelte politiche e delle strategie per la minoranza romanì; un
cambiamento che deve concretizzarsi con l'esposizione di visioni
politiche strategiche basate su idee, non sulle masse, e la loro
effettiva
realizzazione, su “processi” strutturati dotati di senso e non
“prestazioni” occasionali ed estemporanei.
Nel 2009 a Roma il primo congresso delle comunità romanès ha proposto il
passaggio dalla mediazione alla partecipazione attiva, e dal
2009 buona è stata la crescita sia delle associazioni che si occupano di
rom, sia della partecipazione attiva dei rom. Lo sviluppo di questa
idea è ancora limitato, spesso strumentalizzata, troppe volte
folclorizzata.
Nell'anno 2013 il secondo congresso delle comunità romanès e delle
associazioni ha promosso la partecipazione attiva e qualificata dei
rom ed una politica per la lingua-cultura romanì, dopo questa inziativa
abbiamo registrato la redazione di alcune proposte di legge nazionale e
regionale per il riconoscimento della lingua-cultura romanì, e
pochissimi processi formativi per la partecipazione attiva e qualificata
del
rom.
Nell'ultimo triennio numerosi sono gli esempi di iniziative promosse da
associazioni e da istituzioni che richiamandosi teoricamente a queste
“idee” le hanno stravolte, permettendo la realizzazione di iniziative
peggiori del disastroso passato.
- Ha un senso promuovere una proposta di legge per la minoranza romanì
con un articolato ricco di diritti e di politiche differenziate?
- Ha un senso la partecipazione attiva di rom senza un minimo di conoscenze-competenze ed esperienze visibili e documentate?
- Ha un senso continuare a sostituirsi alle comunità romanès nella definizione del futuro?
- Ci chiediamo se oggi ha un senso avviare processi formativi di persone
rom senza definire dei re-quisiti minimi ed essenziali per accedere a
questi
percorsi?
- Ha un senso che le istituzioni ed associazioni siano attive per creare
piattaforme di giovani rom o di donne rom, quando non esiste, e forse
non si
vuole realizzare, una piattoforma di partecipazione attiva e qualificata
di rom (uomini e donne – adulti e giovani), specifica e non esclusiva,
per definire il futuro della minoranza romanì?
Partecipazione attiva
In linea generale la partecipazione attiva di rom senza conoscenze e
competenze è peggio del passato, ed è dimostrato da quando accade
negli ultimi anni.
Occorre certamente investire sui giovani rom con processi formativi che
partendo dal possesso di precisi re-requisiti di base, permettano di
acquisire
conoscenze e competenze teorici e pratici.
Numerosi sono gli esempi che vedono la partecipazione dequalificante dei
rom ai processi decisionali (anche per una precisa strategia degli enti
locali e delle istituzioni nazionali ed europee), questo comporta la
loro deresponsabilizzazione, e quindi di fatto la loro esclusione dai
processi
decisionali.
A queste derive opacizzanti ed escludenti occorre contrapporre oggi un
approccio conoscitivo e dialettico che può riassumersi nelle
parole-chiave riconoscimento, partecipazione, responsabilizzazione:
- Per riconoscimento intendiamo il
riconoscimento della personalità culturale della comunità romanì,
intesa come «minoranza linguistica», affinché il patrimonio culturale
contrasti la perdita d'identità foriera di disistima
e, quindi, di devianza. Inoltre può contribuire a cogliere elementi non
secondari della storia e della mentalità, della visione del
mondo della comunità romanì, e quindi a favorire la dialettica sociale,
culturale e politica con e all'interno di essa.
- Per riconoscimento intendiamo anche il superamento non solo del concetto segregante e opacizzante di
«campo», ma anche di quello, recentemente proposto, di «microarea», quando quest'ultima sia ad
appannaggio esclusivo della comunità romanì e non generalizzato all'insieme della popolazione di un dato territorio bisognosa di
alloggio.
- Per partecipazione intendiamo una partecipazione attiva e qualificata dei rom nei vari processi consultivi e decisionali,
laddove per «qualificata» si intende dotata di conoscenze-competenze professionali e requisiti morali.
- Questa partecipazione e riconoscimento sopra indicato sono momenti di un unico movimento che si completa con la
responsabilizzazione dei rom i quali diventano artefici del proprio destino e della difesa della propria identità nel
pieno e aperto dialogo con il tessuto sociale e culturale del territorio in cui si trovano a vivere.
Oggi in questi due giorni di confronto, in continuità con i predenti
congressi, vogliamo cercare soluzioni per abbattere le distorsioni ed
eliminare equivoci ed incomprensioni che hanno condotto al fallimento
gran parte dei classici interventi di alfabetizzazione, mediazione
culturale,
assistenzialismo, politiche differenziate e folclorismo, e che sono
l'ennesimo fattore di criticità che radicalizza “l'ostracismo”
verso tutta la minoranza romanì, e vogliamo farlo iniziando a:
-
mettere
a confronto le diverse visioni politiche strategiche per il futuro
della
minoranza romanì per definire, convidere e realizzare una operatività
programmatica di un welfare plurale e comunitario, con processi
interculturali di partecipazione qualificata dei rom, specifica e non
esclisiva, ed il coinvolgimento delle comunità.
- rovesciare la dicotomia
“oggetto-soggetto” per la minoranza romanì con processi di partecipazione attiva qualificata del rom e di cittadinanza attiva
romanì delle comunità romanès
Senza
timore di peccare di presunzione Fondazione romanì Italia ha dimostrato
di essere la protagonista del cambiamento con un agire che
sta mettendo in crisi il paradigma delle politiche pubbliche,
l'approccio “multiculturalista-differenziato” della tematica romanì
ed anche le rivendicazione della nostra minoranza, con l'attivazione di
nuovi approcci, nuove strategie e nuove soluzioni, nella dimensione
interculturale.
Visione politica strategica
Gran parte delle associazioni che si occupano delle comunità romanès
dovrebbero avere una visione politica ed organizzativa strategica,
per sapere DOVE andare e come andarci,
Evidentemente per nostra disiformazione (!) in Italia non vediamo
associazioni che si occupano di comunità romanès con una chiara
visione politica strategica, e spesso sono spinte da azioni occasioni ed
estemporanee.
La visione politica strategica di Fondazione romanì Italia da qualche anno è sviluppata in tutte le aree sociali con processi di
community welfare e la strategia della partecipazione attiva e qualificata del rom, specifica e non esclusiva.
Una sfida per contribuire a rinnovare gli strumenti e le metodologie di
intervento della politica sociale e culturale; un cambio di paradigma
delle
politiche pubbliche e delle rivendicazioni; lo sviluppo delle comunità
per aprire un impatto alle resistenze al cambiamento.
Un lavoro di sviluppo delle comunità fondato su un approccio
interculturale, sui principi della giustizia sociale, della legalità
come
cultura dei diritti esigibili, della valorizzazione delle risorse di
tutte le componenti sociali, che non vuoldire sbarazzarsi del welfare
state,
quanto piuttosto di dare ad esso un senso più compiuto, sviluppando la
vocazione autonoma delle comunità verso maggiore
responsabilizzazione e protagonismo.
Oggi non è difficile immaginare le difficoltà per un modello di welfare come quello dello “stato sociale“ tutto concentrato
sui bisogni materiali ed intorno alle istituzioni, nel far fronte a bisogni sociali e culturali chiaramente di tipo immateriale.
“Per influenzare le problematiche sociali e culturali, occorre influenzare gli ambienti sociali e culturali”,
facendo
interagire conoscenze di tipo oggettivo e soggettivo e diversificare i
punti di vista, processi che consentono la creazione di legami tra le
persone,
i gruppi e le organizzazioni.
Un articolato lavoro sul campo con un modello di intervento basato sullo sviluppo delle comunità, e si realizza avviando
“processi”, piuttosto che “prestazioni”, per dare risposte anche ai bisogni qualitativi di tipo immateriali, le cui dinamiche
sono collocate dentro le comunità, dentro le differenze culturali.
L'esigenza di un significativo legame comunitario è il bisogno più importante degli stessi bisogni materiali.
Avviare processi dinamici di sviluppo delle comunità per produrre e
condividere metafore e narrazioni che rendano pensabili nuovi ruoli e
nuovi
copioni, per rompere un conformismo fatto di tacito consenso delle
convinzioni sociali e culturali; un confromismo che alimenta
discriminazione,
stereotipo e pregiudizio.
Avviare processi ed azioni per recuperare relazioni e spazi nei quali
essere ed agire, sviluppando un senso di appartenenza alla comunità,
finalizzati alla “normalità” ed “autonomia”.
Segregazione abitativa
La memoria storica impone di abbandonare la segregante e differenziata
politica abitativa, orizzontale o verticale che sia, in cui vivono tante
famiglie delle comunità romanès, che da molti decenni occupa tutto lo
spazio del dibattito pubblico, politico e mediatico, ed avviare
una specifica azione di community welfare, con un approccio di “Housing
first”.
Housing First si fonda sostanzialmente sul riconoscimento della casa
come diritto umano primario, ed è basato sulla costruzione di un
programma
di supporto condiviso, esclusivamente per il tempo necessario, tra
l'ente locale e la famiglia, la quale compartecipa al pagamento
dell'affitto fino
al tempo necessario della piena autonomia.
Molte ricerche hanno documentato che la disponibilità di una “normale”
abitazione è una - condicio-sine-qua-non – che
incide positivamente sul benessere socio-relazionale e psico-fisico
delle persone, rende possibile l'avvio di processi di auto-stima e
empowerment,
migliora la disponibilità e le opportunità di inclusione sociale, di
identità culturale, di appartenenza ad una
comunità.
Conclusioni e proposte
Fondazione romanì Italia è convinta che siano maturi i tempi per fare due scelte
-
le numerose associazioni ed attivisti che si occupano delle comunità
romanès facciano il passaggio dalla MISSION alla VISION, rendere
visibile una chiara visione politica
strategica inserita in un contesto dotato di senso, per avviare un
confronto ed individuare punti di condivisione per formulare proposte e
rivendicazioni utili ai bisogni della minoranza romanì..
- Avviare i lavori per la costituzione di una
Consulta nazionale romanì, eletta dai delegati del prossimo congresso delle comunità romanès e
delle associazioni.
Speriamo che nel dibattito e nel confronto di oggi e di domani si possa discutere
anche di queste nostre due proposte.
li, 22/10/2016 Fondazione romanì Italia
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