domenica 28 gennaio 2018

Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato

Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato

Dove cadono le ombre: intervista all'attrice protagonista Federica Rosellini - Empire Italia

sull'Olocausto degli Jenish



Dove cadono le ombre: intervista all'attrice protagonista Federica Rosellini - Empire Italia

Il giorno della memoria, nessuno dimentichi - Tempo Libero - La Provincia Pavese

Il giorno della memoria, nessuno dimentichi - Tempo Libero - La Provincia Pavese

Vignolo Gargini: "Quanta memoria corta sull'Olocausto e sui rom e omosessuali uccisi"

Vignolo Gargini: "Quanta memoria corta sull'Olocausto e sui rom e omosessuali uccisi": "Il maggior successo del genocidio, progettato e praticato dai nazisti fino alla fine del secondo conflitto mondiale, sta proprio nel fatto che a dist...

Giorno Memoria: si piange anche per sterminio Rom e Sinti - Abruzzo - ANSA.it

Giorno Memoria: si piange anche per sterminio Rom e Sinti - Abruzzo - ANSA.it

martedì 23 gennaio 2018

STORIA DIMENTICATA: IL POPOLO JENISCH

http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php&cmd=v&id=21824

La Giornata della Memoria celebra anche la sua più grossa amnesia, quella dei sinti uccisi dai nazifascisti - Il Fatto Quotidiano

La Giornata della Memoria celebra anche la sua più grossa amnesia, quella dei sinti uccisi dai nazifascisti - Il Fatto Quotidiano

"Porrajmos"; a palazzo Ducale una mostra sullo sterminio di rom e sinti - NoiTV

"Porrajmos"; a palazzo Ducale una mostra sullo sterminio di rom e sinti - NoiTV: LUCCA - E' stata inaugurata in Sala Accademia, a Palazzo Ducale, a Lucca, la mostra "Porrajmos, altre tracce sulla strada per Auschwitz", incentrata sul tema dello sterminio di rom e sinti nel corso della seconda guerra mondiale.

Giorno della memoria 2018, ricordati anche rom e sinti: il programma

Giorno della memoria 2018, ricordati anche rom e sinti: il programma: Le notizie della provincia di Roma e Frosinone

Termoli: «Il Porrajmos, la Shoah dei rom e sinti»

Termoli: «Il Porrajmos, la Shoah dei rom e sinti»

Ad Auschwitz

domenica 21 gennaio 2018

ReteRom Milano

25 aprile 2016 - le ruspe salviniane liberano Milano

alle volte il ridicolo può essere più efficace dell'indignazione (ReteRom Milano)
La liberazione di Milano non fu il 25 aprile del 1945 come sostengono alcuni storici di parte, ma avvenne il 25 aprile 2016 grazie alla rivolta del popolo leghista contro l’occupazione del territorio milanese da parte di alcune case vuote di rom italiani che vi avevano abitato regolarmente dal 1989 al 2016.
Dagli scranni del consiglio comunale il capomanipolo Luca Lepore aveva annunciato baldanzoso:
“Il 25 aprile alle ore 10 faremo la vera liberazione. Basta capannoni e bivacchi, liberiamo Milano dalla delinquenza e dai clandestini”.
Dalle parole ai fatti. Il 25 aprile alle 10 in punto il manipolo degli eroici leghisti guidati da Luca Lepore, forte della sua esperienza in sistemi aerospaziali, atterra con azione fulminea che sorprende le truppe di terra dell’assessore alla sicurezza, Marco Granelli, incaricate della difesa delle postazioni, nel campo di via Idro. Superati d’un balzo gli agguerriti presidi comunali, gli eroi si lanciano muniti solo di sassi e martelli contro le case vuote, che dopo una tenace resistenza cadono sotto l’impeto dei petti padani. Le feroci pareti legno e i potenti vetri delle finestre cedono rapidamente alla furia della ruspa padana.
Milano è finalmente libera.
Alcune immagini dell’epica battaglia.
1) novello Balilla, scaglia il suo sasso contro l’agguerrito nemico, una lastra di vetro
2) una pattuglia di eroici leghisti, che sprezzanti del pericolo e della soverchiante superiorità in uomini e mezzi del nemico, espugna la casamatta avversaria, una robusta persiana di legno.
3) i nostri eroi in posa, in prima fila il capomanipolo Luca Lepore e il suo fido vice Samuele Piscina, l’espressione fiera e soddisfatta di chi ha sconfitto, dopo asperrima battaglia, un nemico terribile, il rom, che corrompeva e infestava la grande metropoli lombarda, ora finalmente ripulita da ogni infiltrazione criminale e mafiosa, da ogni illegalità ma non ancora dal senso del ridicolo, che sarà oggetto di una prossima campagna.
Intanto i due eroi attendono che il comandante supremo, Matteo Salvini, gli appunti sul petto la Ruspa di ghisa, supremo ordine alla viltà padana.

martedì 16 gennaio 2018

RILESSIONI DI "UNO ZINGARO" SULLA GIORNATA DELLA MEMORIA

Dalla pagina FB di Manuel Innocenti
1 h ·

Si sta avvicinando il 27 gennaio, giorno della memoria e prima, durante e dopo questo giorno, si ricorderanno anche di noi zingari, degli zingari sterminati nei campi di concentramento. Come ogni anno ci saranno degli eventi per ricordare questa tragedia.
Mi dispiace dirlo, ma questo argomento negli anni è diventato solo un appuntamento, un cerimoniale che appena finito, tutto è come prima.
Come prima, nel senso che noi zingari, per la maggior parte delle persone, non dovremmo neanche esistere. Non interessa sei sei una brava persona, sei zingaro e questo gli basta.
Se sei zingaro e commetti la stessa cosa sbagliata che commette un non zingaro, tu zingaro sarai più malvisto e più da condannare del non zingaro e in più, ti abbonano il fatto che oltre a condannare te, giudicheranno male anche tutti gli altri zingari che non c'entrano niente.
Mentre invece il non zingaro che ha commesso il tuo stesso sbaglio o anche peggio, sarà più scusato di te.
Non ci fu nessun processo verso i carnefici che sterminarono gli zingari nei campi di concentramento e da questo si capisce quanto gliene frega la gente di questa tragedia.
Per i cinquecentomila o forse più di un milione di zingari torturati e sterminati in quei campi e fuori, ci sono solo cerimonie, piccole, non pubblicizzate, nascoste quando a queste vi partecipa anche qualcuno delle istituzioni.
Si sa, mettersi a fianco degli zingari è scomodo e questo non fa altro che alimentare da parte di chi, sa che non siamo il male assoluto e che partecipa anche a queste cerimonie, a questo ricordo, il fatto del credere comune, che noi zingari siamo il male.
Nessuno parla del normale che esiste tra gli zingari, nessuno parla del positivo, di quello che di bello anche c'è.
Nessuno, neanche chi li conosce o chi dice di combattere per loro nella battaglia contro il pregiudizio negativo nei loro confronti.
A cosa serve ricordare ?

martedì 9 gennaio 2018

domenica 7 gennaio 2018

ESSERE ROM

Luigi Bevilacqua
3 h ·
Il far parte della Comunità Romanes l'ho concepito verso i 6-7 anni,in corrispondenza della scuola elementare.
Fino ad allora ero convinto di essere un semplice bambino.
Il primo anno di scuola l'ho perso perchè c'era una bambina che aveva dei problemi di natura psicologica che mi aveva preso di mira,picchiandomi ripetutamente.
I miei genitori decisero di interrompere la frequentazione,facendomela riprendere l'anno successivo.
Causa anche il mio comportamento timido ed introverso mi sono sempre ritrovato all'ultimo banco e poco propenso al socializzare con l'intero gruppo.
Quando capitava che i miei compagni e/o amici mi etichettavano "zingaro" ho capito che non potevo essere "uguale" agli altri.
Ho sempre avvertito la diffidenza verso la mia persona(tranne poche eccezioni) e verso la mia Comunità.
Con il tempo ho provato a capire meglio questa situazione.
L'ho sperimentata nelle cose in cui le parole servono a poco e a nulla.
Ho visto che al calcio tutto sommato quello che riuscivano a fare gli altri riuscivamo a farlo anche noi in modo pressocchè simile.
All'esame di patente mi sono riuscito a preparare in modo simile e infatti feci zero errori,consegnando la scheda in meno di un minuto.
Alla fine mi sono fatto l'idea di non essere "diverso" e/o inferiore agli altri.
Ho le mie qualità,cosi' come i miei difetti,come tutti gli altri.
La scelta finale poteva essere quella di continuare a sentirsi discriminato ed emarginato,oppure quella di rimboccarsi le maniche ed utilizzare questi falsi miti facendoli diventare punti di forza e non punti deboli.
Gioco molto su questi falsi miti e sui paradossi che devo ascoltare di volta in volta.
Cerco di girarli sull'altro in modo da far uscire fuori tutto il suo controsenso.

mercoledì 3 gennaio 2018

Alfreda Markowska - Wikipedia

Alfreda Markowska - Wikipedia

How many Roma people live in Romania?

How many Roma people live in Romania?

ROMA: LA RAGGI PAGA IL BENSERVITO AI ROM


Il titolo sopra è mio. Paolo 


Fiore Manzo
13 h
Rispetto al nostro sindaco la Raggi è andata oltre aumentando i soldi e proponendo l'affitto nel paese di origine. Mah
Dal buono casa al buono viaggio. Di sola andata. Per mantenere la promessa di smantellare le fatiscenti baraccopoli dei rom, il Campidoglio pentastellato è pronto…
ILMESSAGGERO.IT
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Rispondi13h
Luigi Bevilacqua Di cosa ti meravigli? L'incompetenza,purtroppo,non ha colori politici.Hanno gridato a tutta Italia che quella praticata a Cosenza fosse una buona pratica per smembrare(ho detto smembrare e non superare volutamente) i campi rom.L'incompetenza produce danni inimmaginabili per questa comunità.Mettiamoci il silenzio delle minoranze politiche,dei cittadini comuni e dei "leader dei diritti civili e il dado è tratto.A livello nazionale pensano a litigare per chi deve contare di più e chi deve gestire più progetti,invece di pensare come organizzare un organismo politico che possa contrastare dall'interno questi scempi.Pensa se fosse attivo l'osservatorio e il Garante.Tutte queste proposte,frutto di incompetenze nella materia,sarebbero state bocciate e fermate sul nascere.

giovedì 28 dicembre 2017

LA PERSECUZIONE DEGLI JENISCH IN SVIZZERA

dalla pagina FB di Paolo Cagna Ninchi
22 h · 
Oggi, 27 dicembre 2017, Mariella Mehr compie 70 anni. Jenisch svizzera, è una delle tante vittime della follia eugenetica che nella Svizzera del cioccolato e delle banche ha colpito il popolo jenisch, una comunità nomade che dal 1926 al 1976 (!!!) è stata vittima di una persecuzione volta a estirpare il "Wandertrieb", il gene del nomadismo. Per 50 anni, nonostante il processo di Norimberga, nel mondo dei Beatles, della ribellione del '68, si è continuato a sottrarre i figli alle madri che venivano sterilizzate per non procreare altri esseri inadatti al levigato mondo svizzero. Mariella ha subito la stessa sorte di sua madre, avuto un figlio a 18 anni è stata sterilizzata, il figlio le è stato tolto. Protagonista della lotta che ha costretto la Confederazione svizzera a chiedere scusa, a risarcire le vittime, a consentire agli jenisch il nomadismo, ha trasformato la sua rabbia e il suo dolore in poesia, in versi e racconti intensi, lancinanti che ci mantengono vigili contro l'assuefazione alla sofferenza che subiscono gli ultimi nei nostri giorni.

mercoledì 20 dicembre 2017

La retorica del tema rom

Passa un altro anno e la retorica sul tema rom non regge più, ci sono questioni negative del passato che continuano ad avere una costante ripetitività, tanto nei contenuti quando nel metodo, e seguitano ad intossicare e falsare il dibattito pubblico, la realtà e le rivendicazioni della minoranza romanì.

Periodicamente cambiano i soggetti ma non cambia la retorica sul tema rom, la quale ha una dipendenza, quasi esclusiva, da dichiarazioni di principio e dai buoni sentimenti, mentre la realtà viaggia su altri binari.
La disconnessione dalla realtà radicalizza nevrosi e, come ogni nevrosi, provoca diverse conseguenze negative.

Per le comunità romanès si mettono in campo politiche improvvisate il cui impatto non viene sostanzialmente valutato, ed ogni progetto che fallisce, o di cui non si conosce l’impatto, sviluppa un assistenzialismo che delegittima e folclorizza la diversità culturale romanì.

Dare costantemente in pasto all’opinione pubblica numeri e distorsioni sulla minoranza romanì, senza il supporto della ricerca sociale con il metodo scientifico, vuol dire sviluppo di una “nevrosi quantitativa” che di fatto mistifica la realtà.

La “nevrosi quantitativa” è forse la più grave minaccia per la minoranza romanì perché altera la realtà, e si deve curare con l’approfondimento qualitativo, entrando nel merito con il lavoro sul campo ed il supporto di tutti gli strumenti della ricerca di rilevazione e di analisi dei dati, ed in particolare con la condivisione della comunità e la restituzione alla comunità.
La ricerca sociale con il metodo scientifico è lo strumento per migliorare la capacità di descrivere un determinato fenomeno sociale, di spiegarlo e di conseguenza di prevederlo.
Una buona diagnosi prepara ed orienta la terapia.

Identico ragionamento per altre questioni, come la “nevrosi partecipativa” che sviluppa un attivismo folcloristico in balia della volontà e di eventi altrui, sconnesso dalla realtà. Invece noi riteniamo che sia utile sostenere la partecipazione attiva e qualificata, specifica e non esclusiva, con un attivismo professionale e con la “schiena dritta”, capace di ragionare con la propria testa.


La retorica sul tema rom non regge più:
- o siamo capaci di spiegare in modo chiaro il “perché e in che modo” sviluppare la visione politica strategica connessa con la realtà
- rendiamo visibili le soluzioni dotati di senso per dare risposte ragionate ai bisogni e la valutazione dell'impatto delle nostre azioni
oppure è meglio astenersi dal "ripetere come un mantra" la solita retorica sul tema rom, perché “ogni ripetizione” continua a mistificare la realtà ed a smentire le rivendicazioni.

Superare la solita retorica sul tema rom e declinare processi di sviluppo delle comunità in cui la diversità culturale non sia solo un simulacro dei tempi passati, ma una risorsa, tanto per il soggetto quando per la comunità, da collegare a modelli di sviluppo sociale, culturale ed economico. Sarebbe un buon inizio per avviare il superamento della solita retorica sul tema rom.



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"Vivere in una baracca non è reato, è una disgrazia" - Famiglia Cristiana

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LUISA DEVE STUDIARE: VUOI CONTRIBUIRE?

giovedì 14 dicembre 2017

Reyn Italia scrive all’Assessora Donazzan: no all’antiziganismo, puntare sulle buone pratiche « REYN ITALIA

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Comunità Rom a Messina: nuovo finanziamento per l'Assessorato alle Politiche Sociali | Stretto Web

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Sinti, le microaree chiuse nel cassetto. Mattia Civico: ''Un'occasione persa'' - il Dolomiti

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Micro-aree per i sinti, interviene anche l'assessore Zeni: Questione complessa e costi elevati - il Dolomiti

Micro-aree per i sinti, interviene anche l'assessore Zeni: Questione complessa e costi elevati - il Dolomiti

sabato 9 dicembre 2017

Poemas en romanó de 4 poetas gitanos | ¡Pretendemos gitanizar el mundo!

Poemas en romanó de 4 poetas gitanos | ¡Pretendemos gitanizar el mundo!

A PROPOSITO DI IDENTITA' ROMANI'


Fiore Manzo
6 h · 
La popolazione romanì, caleidoscopica ed eterogenea, nonostante sia sparsa in tutto il mondo DEVE essere considerata un solo popolo. La minoranza romanì presenta un "insieme unitario di varietà sociolinguistiche, sufficientemente omogenee, proprio delle comunità rom, sinte, kalè, manousches, romanichels e relativi sottogruppi"* e quindi DEVE essere considerato UN SOLO POPOLO. Diverse volte ho sentito che rom e sinti ( due dei gruppi presenti in Italia) siano diversi ma se andiamo a comparare i dialetti dei due gruppi tantissime sono eguali. Per quanto concerne la lingua questo vale anche per gli altri dialetti romanès sparsi nel mondo. Per esempio con Futuro Romanò in Spagna a Valencia dove erano presenti rom da diversi paesi del mondo ( Spagna, Italia, Francia, Svezia, Ungheria, Colombia, Serbia, Macedonia, Lituania, Russia, Moldavia, Germania) abbiamo usato spesso la lingua romanì per comunicare e questo ci fa capire che una base ci accomuna, fra le comunità sparse, ma giustamente hanno/ abbiamo le loro/nostre particolarità dovute ad anni di contatti con le popolazioni locali...

*Giovanni Agresti, Le rappresentazioni sociali del romanés. Un'inchiesta sulla lingua dei rom e dei sinti in Italia, Aracne,2015

Radio Cora - DE-ETNICIZZARE PER CANCELLARE L’IDENTITA’?

Radio Cora - DE-ETNICIZZARE PER CANCELLARE L’IDENTITA’?

SEAD

Donazzan: «I bambini rom vanno tolti ai genitori» - Cronaca - La Nuova di Venezia

Donazzan: «I bambini rom vanno tolti ai genitori» - Cronaca - La Nuova di Venezia

ROM: IL VALORE DELL'ISTRUZIONE

Luigi Bevilacqua
16 h · 
In mezzo alle diatribe nazionali sulla tematica rom, noi preferiamo andare avanti per la nostra strada,evitando di accreditare personaggi che vogliono solo stare al centro dell'attenzione e ambire a progetti (questo e' valido sia a personaggi rom che a non rom).
Puntiamo ad aumentare I numeri qualitativi dei rom nostrani.
Mi fa enormemente piacere che anche la sorella di mia moglie si sia iscritta all'universita'.
La qualita' dei dati scolastici, Scuole superiori ed Universita',sono sensibilmente migliorati negli ultimi 5 anni.
Puntiamo a migliorarli ancora,in modo da avere quanti piu' possibile rom preparati,con competenze specifiche di assoluta qualita'.
Alle chiacchiere preferiamo I fatti....

Sead Dobreva Grande luigi in bocca al per la cognata un abbraccio

Luigi Bevilacqua
Luigi Bevilacqua La cosa significativa e' che la maggior parte di questi numeri sono persone che hanno ripreso gli studi dopo l'eta' obbligatoria.
Lo sforzo deve essere ancora maggiore in questa direzione,ed iniziare a lavorate bene con I ragazzi fin dalle scuole elementari

Sead Dobreva concordo perfettamente luigi la cosa più importante è l'istruzione per noi è ora che stanno arrivando i risultati in massa vedrai che tutto cambierà e di lucratori che vogliono stare al centro dell'attenzione su la pelle dei rom ne vedremo sempre meno 😊

giovedì 7 dicembre 2017

Replica a Stasolla su "Rom, una parola non basta a definire 22 comunità diverse"

  • Rom, una parola non basta a
    definire 22 comunità diverse
    hps://www.ilfaoquodiano.it/2017/12/05/rom-una-parola-non-basta-a-de"nire-22-comunita-
    diverse/4019438/
    Rom, una parola («la povertà») non basta a spiegare ogni problema. Ripartiamo dalla
    Costituzione e dalla legalità
    L’articolo di Carlo Stasolla pubblicato su Il Fatto quotidiano del 5 dicembre 2017 («Rom, una
    parola non basta a definire 22 comunità diverse») ha due meriti fondamentali: 1) mette in guardia
    contro chi sfrutta la questione rom per trarre vantaggi economici; 2) informa un pubblico
    verosimilmente vasto e non specializzato circa l’indubbia complessità del mondo rom e aspetto
    spesso ignorato dai più il suo antico insediamento in Italia (XIV secolo). La disinformazione
    prepara il terreno al pregiudizio e alle scorciatoie del pensiero, come quando aggiungiamo noi
    viene posta dall’opinione pubblica la (frequente e molto discutibile) equivalenza tra “rom” e
    “romeni” o tra “rom” enomadi”. Sappiamo quanto le generalizzazioni siano, in qualsiasi contesto,
    delle mortificazioni, spesso esiziali, della realtà, e come, nello specifico contesto della comunità
    romanì, contribuiscano a compromettere il già difficile dialogo sociale.
    Detto questo, frammentando la minoranza romanì in «107 condizioni socio-culturali different ed
    enfatizzando la diversità di «dialetti, religioni, tradizioni», Stasolla finisce per cadere nell’eccesso
    opposto, aprendo da un canto la via ad altre forme di pregiudizio in merito alla possibilità stessa di
    ammettere l’esistenza, in Italia, di una comunità romanì dotata di una cultura e di una lingua
    sufficientemente unitarie; e, dall’altro, depotenziando legittime rivendicazioni di ordine culturale,
    già molto osteggiate dalla nostra classe dirigente. Mi riferisco in particolare all’istanza, formulata
    anche da una parte rappresentativa e qualificata della comunità romanì, e alla quale ho dato un
    personale contributo, della pur tardiva applicazione, anche per i rom, di uno dei principi
    fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana, l’articolo 6: «La Repubblica tutela con
    apposite norme le minoranze linguistiche».
    Gli argomenti di Stasolla sono più che discutibili: quando afferma che «una parola non basta a
    definire 22 comunità diverse», il Presidente dell’Associazione 21 luglio propone al lettore
    argomenti che, in realtà, potrebbero essere estesi ad altre minoranze linguistiche storiche del
    territorio italiano: quali comunità linguistiche minoritarie non sono in effetti rappresentate, in vari
    gradi, «da culture fuse e compenetrate con tipicità delle popolazioni locali, da cui sono scaturite
    mescolanze, contaminazioni, strategie di visibilità o mimetizzazione»? Pensiamo alle comunità
    linguistiche francoprovenzali, caratterizzate da un’eccezionale variazione linguistica sia in area
    alpina (a cavallo di Italia, Svizzera e Francia) sia in area periferica, quei due straordinari comuni
    incastonati nei Monti Dauni in provincia di Foggia, Faeto e Celle di San Vito, dove sopravvive dopo
    sette secoli una varietà di francoprovenzale alquanto mescolata con le parlate locali (lessico,
    fonetica e sintassi). O pensiamo alle cinquanta comunità di lingua arbëreshe (italo-albanesi), sparse


  • per il meridione insulare e peninsulare: benché dotate di forti simboli unificatori (su tutti, il
    condottiero Skanderbeg, eroe nazionale albanese e “paladino della Cristianità”), in queste comunità
    la lingua minoritaria è molto variamente parlata dalle popolazioni locali, come anche variano nel
    loro seno i sentimenti linguistici e il senso d’identità alquanto misto tra l’appartenenza allo Stato
    italiano, il ricordo della madrepatria albanese e la consapevolezza di un’identità arbëreshe
    comunque irriducibile tanto all’una quanto all’altro. Se poi parliamo di tradizioni, stupirà come la
    bevanda tradizionale di una di queste cinquanta comunità italo-albanesi, Lungro (CS), sede
    dell’Eparchia degli italo-albanesi d’Italia, sia il… mate argentino! dovuto a fenomeni migratori più
    recenti che portarono molti lungresi a stabilirsi nel continente sudamericano. Ma gli esempi di
    questo tipo sono innumerevoli.
    La verità è che la storia di ogni comunità cosiddetta «etnica» è fatta di mescidazioni,
    contaminazioni, stratificazioni, disseminazioni, e le varietà linguistiche riflettono questa dinamica
    che è semplicemente naturale. In Europa solo il popolo basco può vantare due caratteristiche
    singolari: una lingua di origine non indoeuropea e, come affermato da Luigi Luca Cavalli Sforza,
    specifiche caratteristiche a livello di gruppo sanguigno (elevata incidenza del fattore Rh negativo)
    che possono spingerci a pensarlo come uno dei popoli più antichi del Vecchio Continente. Quanto a
    noi, è la stessa nozione di Italia e di italianità che dovrebbe suggerire quanto complesso sia il
    tessuto sociale, culturale, linguistico e persino economico di un Paese de jure unitario. Senza
    scomodare, come infelicemente fa Stasolla, «il dottor Mengele», ricorderò come una recente ricerca
    italiana, pubblicata su un’autorevole rivista scientifica internazionale, dimostri come il nostro paese
    sia uno dei più ricchi in termini di diversità linguistica e genetica di tutta l’area del Mediterraneo
    1
    .
    Dobbiamo per questo dedurne, sulla scia di Fabrizio Rondolino, che «l’Italia non esiste?». Direi
    proprio di no.
    In sintesi, così come, a proposito delle comunità di minoranza linguistica, non si deve indulgere
    alla «cartolina» al folklorismo, cioè alle rappresentazioni stereotipe ed etnotipiche, non bisogna
    neanche scadere in un relativismo che azzeri ogni tratto identitario risolvendo, nel caso specifico, i
    problemi del mondo rom alla sola questione economica, come propone Stasolla in chiusura del suo
    articolo.
    Non ho fatica a ritenere che non tutto passi per il denaro, e che l’ostracismo di cui è vittima la
    minoranza romanì, soprattutto in Italia, dev’essere interpretato anche in chiave sociale e culturale.
    Quel che è veramente importante è non contrapporre le azioni urgenti (il soccorso incondizionato a
    chi vive in situazioni precarie e pericolose per la propria e altrui incolumità) alle azioni sul medio e
    lungo periodo, quali sono per l’appunto le azioni di sviluppo sociale e culturale, generalmente
    silenziose e poco spettacolari ma molto spesso tanto più incisive.
    Ripartiamo quindi dal nucleo fondativo della nostra comunità, la Costituzione, ed estendiamo alla
    minoranza romanì la tutela che altre dodici minoranze linguistiche d’Italia si sono viste riconoscere
    con la legge statale n. 482 del 1999 («Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche
    storiche») e con diverse leggi regionali. La proposta di legge depositata dall’On. Gianni Melilla e da
    altri venti parlamentari
    2
    è di natura patrimonialista e non droitdelhommiste e non prevede alcun
    «diritto speciale» per i rom, come paventa Stasolla. Si tratta di una proposta volta unicamente
    all’applicazione dell’art. 6, al riconoscimento cioè da parte dello Stato italiano della minoranza
    romanì come minoranza linguistica di antico insediamento. Si dirà che questo riconoscimento è ben
    poca cosa rispetto alle urgenze del mondo rom, ma in realtà potrebbe nel tempo contribuire a
    1
    Capocasa et al. 2014. «Linguistic, geographic and genetic isolation: a collaborative study of Italian populations», Journal of
    Anthropological Sciences, vol. 92, pp. 1-32.
    2
    Proposta di legge ordinaria 3162 a firma di Gianni Melilla et al., « Modifiche alla legge 15 dicembre 1999, n. 482, e altre
    disposizioni in materia di riconoscimento della minoranza linguistica storica parlante la lingua romanì». <www.camera.it/leg17/126?
    tab=8&leg=17&idDocumento=3162&sede=&tipo=>.


  • migliorare di molto i rapporti tra la comunità di minoranza e il potere centrale: attraverso un patto di
    reciproco riconoscimento; il rispetto dei principi costituzionali e la conseguente simbolica
    riparazione storica delle violenze subite dai rom durante la Seconda Guerra mondiale; l’incentivo
    allo studio della lingua e alla sua codificazione (non rigida ma “polinomica”, secondo il modello
    còrso, tollerante cioè delle variazioni dialettali), anche in forma scritta; la disalienazione culturale, il
    recupero della memoria storica e la conseguente riparazione del processo, degradante, di auto-odio.
    Questi sviluppi virtuosi non risolveranno subito tutti i problemi di disagio e devianza, ma daranno
    un loro contributo, peraltro ben poco oneroso, a migliorare le condizioni di esistenza della comunità
    romanì. E, contrariamente a quello che molti credono, è la comunità stessa di minoranza ad aver
    formulato questa istanza di riconoscimento e standardizzazione del romanés, come ho potuto
    verificare a valle di una recente ricerca sulle rappresentazioni sociali della lingua dei rom e dei sinti
    in Italia
    3
    .
    Anche se chi non ha casa né cibo chiaramente ci chiederà una casa e del pane, non è mai vero che le
    questioni culturali e legate all’identità sono accessorie o marginali. Per il mondo rom,
    sovradeterminato da ogni tipo di pregiudizio negativo, questo è ancor meno vero.
    Prof. Giovanni Agresti
    e
    Fondazione romanì Italia