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lunedì 7 novembre 2016

Usa, le mail trafugate a George Soros finiscono online: "È architetto di ogni colpo di Stato degli ultimi 25 anni" - Il Fatto Quotidiano

Usa, le mail trafugate a George Soros finiscono online: "È architetto di ogni colpo di Stato degli ultimi 25 anni" - Il Fatto Quotidiano

Milano: aggredito perché la moglie è una “zingara” che va in televisione


Pavlovic Dijana
2 h
COMUNICATO STAMPA

Milano: aggredito perché la moglie è una “zingara” che va in televisione

La sera del 4 novembre a Milano il presidente dell’associazione UPRE ROMA (impegnata in attività e progetti contro la discriminazione e per l’inclusione della comunità rom) Paolo Cagna Ninchi è stato aggredito sotto casa da una persona a lui sconosciuta che lo insultava perché sua moglie “è la zingara che va in televisione”. Si tratta di Dijana Pavlovic, nota attivista Rom che da tempo è minacciata e molestata sia sui social network, sia nel quartiere nel quale vive.
Il presidente di UPRE ROMA ha riportato una lesione al timpano dell’orecchio sinistro con conseguente intervento chirurgico e lungo decorso di guarigione.
Si tratta di un crimine d’odio come tanti altri che i Rom e i non rom che “li difendono” (che nella classifica della mentalità razzista sono peggio dei rom stessi) subiscono. Una famiglia normale con un bambino di 7 anni che abita in una periferia di Milano è costretta da tempo a vivere nella paura di scendere sotto casa per portare fuori il cane o a fare la spesa nel supermercato per il solo fatto che è classificata come una famiglia zingara.
Denunciamo come associazione questo crimine a palese sfondo razziale attuato in un clima di odio e di insofferenza che sfoga il proprio malessere sulla fragilità altrui, immigrati o “zingari” che siano, chiediamo a UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale) che intervenga con decisione nel condannare i crimini d’odio e che si impegni per migliorare la legislazione che condanna questi crimini.
Infine sollecitiamo l’amministrazione di Milano, che ha speso grandi parole durante la campagna elettorale sulle periferie, a passare ai fatti. La zona viale Ungheria, luogo dell’aggressione e luogo di mescolanze umane, culturali, di condizioni materiali diverse è abbandonata a se stessa, mai una volante di polizia e di polizia locale (come viceversa nella vicina Santa Giulia, fiore all’occhiello dell’amministrazione e luogo socialmente omogeneo e superprotetto), nessuna telecamera, nessun presidio sociale per giovani o anziani, nessun servizio socio-culturale (nello spazio di 100 metri ci sono si ben cinque bar, luoghi diciamo così di “aggregazione di bravi italiani” – macchinette mangiasoldi, risse tra ubriachi, eccetera - ma per comprare un libro o per andare a un cinema bisogna prendere il tram o la metro). C’è bisogno non di costosi progetti di “riqualificazione urbana” intesi come interventi immobiliari, ma in meno costosi ma più rapidi ed efficaci interventi sulla vivibilità umana di posti che, come viale Ungheria, sono luoghi di solitudine spirituale, di vuoto sociale e culturale che producono esclusione, insofferenza e odio.

NAZIONE ROM: INTERVENTO DI ZUINISI AL CONGRESSO RADICALE

REMEMBER SAMUDARIPEN

giovedì 3 novembre 2016

NEWSLETTER FONDAZIONE ROMANI'






"Partire da lì e non cancellarla"






Cambiare il dibattito pubblico sulla minoranza romanì è necessario per il contrasto alla discriminazione e per un miglioramento della qualità della vita delle comunità romanès.

Per cambiare il dibattito pubblico sulla minoranza romanì occorre un radicale cambiamento del modello di sviluppo degli interventi per le comunità romanès; un modello basato su un approccio multiculturalista-differenziato che non ha portato i benefici sperati ed ha contribuito a cristillare la confusione e la scarsa o deformata conoscenza della minoranza romanì, rendendola opaca alla dialettica sociale e culturale ed esclusa dai processi decisionali, per scarsa e spesso dequalificata partecipazione attiva dei rom.

Alle derive opacizzanti ed escludenti del modello di sviluppo degli interventi per le comunità romanès occorre oggi avviare un diverso modello, basato su processi, con approccio interculturale conoscitivo e dialettico, in cui la diversità culturale romanì deve svolgere un ruolo specifico, e non esclusivo.

Dai percorsi di inclusione, interazione ed evoluzione della minoranza romanì non si può escludere la diversità culturale romanì, e neppure si può continuare a strumentalizzarla e folclorizzarla, perchè la cultura non comprende solo l'arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze.

Dentro al concetto di cultura c’è identità, capacità, espressione di sé come persone e come comunità, c'è memoria del passato e proiezione nel futuro, c'è evoluzione culturale.
La cultura cambia, si evolve, "partire da lì e non cancellarla".

Alle derive opacizzanti ed escludenti della minoranza romanì la Fondazione romanì Italia propone ed attiva processi di sviluppo delle comunità, nella dimensione interculturale, con azioni e rivendicazioni per dare risposte dotate di senso ai bisogni materiali ed immateriali, le cui dinamiche sono collocate dentro le comunità, nelle differenze culturali, nel riconoscimento e partecipazione.

Per riconoscimento intendiamo il riconoscimento della personalità culturale alla minoranza romanì, ma anche il superamento del concetto differenziato-segregante e opicizzante di “campo”, e quello di «microarea», quando questa sia destinata esclusivamente alle comunità romanès e non all'insieme della popolazione di un territorio.

Per partecipazione intendiamo la partecipazione attiva e qualificata dei rom, specifico e non esclusivo nei vari processi consultivi e decisionali, e per “qualificata” si intende dotata di conoscenze-competenze professionali e requisiti morali.

Alla luce di queste sintetiche considerazioni Fondazione romanì Italia ha avviato iniziative incentrate sullo sviluppo delle comunità per compensare i deficit conoscitivi, di evoluzione culturale e di partecipazione, con approccio interculturale e la creazione di sinergie virtuose tra soggetti pubblici e privati.

Queste iniziative hanno portato a buoni risultati, alcune inziali criticità sono state risolte con la sistematizzazione delle esperienze, le quali permetteranno di definire un modello di sviluppo degli interventi con le comunità romanès diverso dal passato.

Le iniziative sono state realizzate con il contributo economico e volontario di soggetti pubblici e privati.
La rendicontazione è disponibile nel sito web:
www.fondazioneromani.eu

 
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Fondazione romanì Italia

Via Rigopiano n. 10/B  - 65124 Pescara  - 3299135259 - 3277393570

mercoledì 2 novembre 2016

IL PARERE DI FONDAZIONE ROMANI'

“Partire da lì e non cancellarla”
Cambiare il dibattito pubblico sulla minoranza romanì è necessario per il contrasto alla discriminazione e per un miglioramento della qualità della vita delle comunità romanès.
Per cambiare il dibattito pubblico sulla minoranza romanì occorre un radicale cambiamento del modello di sviluppo degli interventi per le comunità romanès; un modello basato su un approccio multiculturalista-differenziato che non ha portato i benefici sperati ed ha con...

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Fondazione Romanì Italia

SOLDI PER L'INTEGRAZIONE?

Ciò nonostante siano passati tanti anni, ancora oggi la Xenofobia gli stereotipi e gli pregiudizi nei confronti della popolazione Rom Sinti e Camminanti e molto presente nel territorio nazionale italiano.
Dove ancora oggi intorno ai circa 40,000 Rom, rispetto i 160/170 mila Rom Sinti e Camminanti lo 0,23 % della popolazione italiana, solo 40,000 Rom vivono nei Campi cosi detti Campi Attrezzati o Campi Nomadi.
Sin dalla loro prima creazione dei cosi detti Campi Attrezzati o Campi Nomadi, dove nel lontano 1981 il governo Berlusconi con l’appoggio della lega nord approvano la creazione dei primi Campi dedicati esclusivamente ad una etnia specifica “Rom” chiamati in quel periodo fino ad oggi “Nomadi” o cosi detti “Zingari” tra l’altro dispregiativo un termine mai definito dai Rom, dove in tutti questi anni non ci e mai stata una buona volontà politica di voleri superare i cosi detti Campi Attrezzati ò Campi Nomadi.
Dove tutto ciò si nota sopra tutto per le varie leggi approvate e varate dal governo italiano in primis violando sia i diritti fondamentali degli esseri umani ma sopra tutto violando i quadri strutturali varati e sotto scritti da tutti gli paesi membri UE fino ad arrivare negli anni nostri con varando una “Strategia Nazionale d’inclusione Rom Sinti e Camminanti” termine della strategia 2012 - 2020 punto di contatto “UNAR” Ufficio Nazionale anti discriminazione Raziale.
Dove la Strategia Nazionale d’inclusione Rom Sinti e Camminanti varata da tutti i paesi membri UE prevede l’inclusione dei RSC attraverso quattro punti “Lavoro – Casa – Formazione – Sanita” che sta à ugni singolo paese decidere come applicare questa strategia attraverso i quattro punti, detto tutto ciò per poter svolgere questa strategia il Consiglio d’Europa ha stazionato circa 93 miliardi di euro per tutti i 28 paesi membri UE, dove tra l’altro il governo Italiano negli ultimi mesi ha già ritirato 6 miliardi per la questione sociale più 1 miliardo dedicato per l’inclusione dei RSC che ancora oggi non si vedono ne iniziative ne risultati di nessun tipo di inclusione dei RSC.

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Samir Alija Dimenticavo l'unica cosa ché ci danno e la soferenza totale atraverso stigmatizzazione, stereotipi, pregudizzi, falsa propaganda, Campi di concentramento tra laltro abandonati a loro stessi con il degrado totale questo è quello che ci danno.
Marcello Zuinisi Il solo PON INCLUSIONE e' stato finanziato al GOVERNO ITALIANO dalla COMMISSIONE EUROPEA per la cifra di un 1.260.000.000 euro. Si tratta di un programma nazionale per il periodo 2014 2020 per inclusione sociale dei poveri, dei Rom, Sinti e Caminanti. ...Altro...

Il Programma nazionale Inclusione muove prioritariamente dalla necessità di tutelare o sostenere allo stesso modo tutti gli individui, con riferimento al percorso di definizione dei livelli minimi di alcune prestazioni sociali da garantire uniformemente sull’intero territorio nazionale.
FASI.BIZ
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Saska Jovanovic Fetahi ma mi può qualcuno rispondere chi ci sta al V dipartimento al ufficio -sportello Rom??''
Marcello Zuinisi Saska all'Ufficio sportello Rom non c'è solo una persona, ci sono tante persone. Il loro capo, per ora, si chiama Antonino De Cinti

UN BUON MODO DI PROCEDERE


Manuel Innocenti a Rom, Sinti e gagé insieme senza razzismo ed intolleranza.
Dove abito io, l'amministrazione locale sembra che ci ascolta.
Alcuni sinti sono andati a vivere in appartamento perchè non avevano un posto dove stare. Altri sono usciti dal campo e hanno preferito vivere in casa.
Mio padre, io e altre famiglie sinte abbiamo richiesto le microaree facendo riferimento ad una legge che esiste in Trentino e si sta lavorando per realizzarle.
Secondo me, questo è il miglior metodo per superare i campi.
Avere più alternative e dare la possibilità alle persone di scegliere.
Tanti invece parlano di superamento dei campi senza nessuna alternativa e non vogliono tenere conto delle persone. Poi adesso va di moda quella frase ingannevole che a causa di questa stessa, tante persone si ritrovano a non avere la possibilità di vivere migliorando la propria condizione.
La frase che sento spesso è,
" Non ci devono essere soluzioni specifiche o solo per rom e sinti "
Grazie a questa frase, molti progetti vengono bloccati e molte persone si ritrovano a vivere una condizione abitativa disperata.
Immaginano un futuro di inclusione basato su parole e sperano in un futuro mondo dove le persone vivono tutti in pace, si accettano e si vogliono tutti bene e, intanto lasciano quelle persone che dicono di difendere, nella disperazione totale in una baracca di faisite.
Che grande pagliacciata !!
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Gaia Moretti
Gaia Moretti Questa cosa delle micro aree è bellissima, secondo me. Mi puoi dire come ci state lavorando? Conosco un po la legge regionale, ma molto poco, e mi interessa avere dettagli su un progetto che funziona!
Manuel Innocenti
Manuel Innocenti Adesso si sta cercando il modo e i siti per realizzarle.
In questa cosa veniamo consultati direttamente noi sinti. In linea di massima si sta stabilendo un breve periodo di tempo affinchè chi ha fatto domanda per gli appartamenti gli vengano consegnat
i cosi da non lasciare nessuno in mezzo ad una strada. Poi si procederà con i lavori e la conseguente chiusura del campo.
Sperando sempre comunque che il progetto continui anche se come succede, le persone che lavorano nelle amministrazioni cambiano.

NOTRE ROUTE -Amaro Drom-: Journal LA MARSEILLAISE 02 11 2016

En memoire du Samudaripen



NOTRE ROUTE -Amaro Drom-: Journal LA MARSEILLAISE 02 11 2016

Camp des Milles, Aix-en-Provence (1939-1942) - Mémorial des Nomades de France

Camp des Milles, Aix-en-Provence (1939-1942) - Mémorial des Nomades de France

ROM BULGARI IN ITALIA

(… ) A Pizzo i primi cittadini bulgari di cultura romanì si sono insediati verso la metà degli anni ’90 ma la popolazione è cresciuta esponenzialmente in questi anni a causa della forte crisi che ha interessato anche la Bulgaria. I gruppi presenti sono i dasikhanè, cristiani ortodossi e i khorakanè, musulmani di origine turca che sin dal loro arrivo, autonomamente, sono andati a vivere in case in affitto. Prima di questa data la presenza di rom italiani, è stata esclusivament...
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ANCORA DIBATTITO SU ROM, SINTI, ASSOCIAZIONI...

martedì 1 novembre 2016

ANCORA SU VIA IDRO

Come ho precisato varie volte io non sono un esperto di tematiche "rom". Il mio blog ha da sempre la finalità di ampliare gli elementi di conoscenza (+ conoscenza significa - pregiudizio e + protagonismo rom nel cambiamento). Per combinazione lavoro al Ceas e da poco nell'area Rom (non nel progetto di cui si parla sotto, il che mi solleva dalla responsabilità di esprimere un giudizio). La coscienza mi obbliga a pubblicare tutto. Mi auguro di riproporre presto le argomentazioni delle "controparti" e che si possa trovare una composizione fra enti ed associazioni nell'interesse soprattutto delle persone e dei bambini "di Via Idro".  
Paolo
 
Piero Leodi ha condiviso la sua foto.
Piero Leodi a Via Idro, che fare? Vi ricordate del campo rom di via Idro?
Il campo rom comunale e autorizzato di via Idro è stato chiuso, come è noto, il 15 marzo 2016 (7 mesi fa).
L’atto che consentì lo sgombero è la delibera della Giunta comunale del 17 agosto 2015 (14 mesi fa). Con quel documento, il Comune di Milano si impegnava a offrire alle famiglie rom di via Idro «il supporto necessario […] nella loro ricerca di soluzioni abitative più dignitose e più integrate nella città». Nella stessa delibera, al punto 3 del dispositivo, il Comune si impegnava anche a «supportare le famiglie e le persone fragili autorizzate a dimorare nel campo di via Idro con le tipologie di ausili e le relative regole in vigore».
Da quando il campo rom è stato chiuso, le famiglie di via Idro, che vi abitavano regolarmente, non sono più nell’agenda delle priorità del Comune di Milano. Della loro sorte non interessa più a nessuno. Diverse famiglie che avevano accettato la proposta di ospitalità nei Centri di emergenza sociale sono diventate, per la prima volta, nomadi a tutti gli effetti. Hanno infatti abbandonato i centri. Il perché lo ha magistralmente sintetizzato Carmela Rozza, che in quanto assessora alla Sicurezza ha ereditato il dossier da Granelli: i Ces sono «luoghi inadatti alla permanenza di esseri umani». In quei centri le famiglie sgomberate da via Idro non hanno trovato alcun progetto per migliorare la loro vita; le promesse di “integrazione”, di “autonomia”, di “scolarizzazione per i figli” sono risultate parole vuote.
Le famiglie che ancora sono sotto l’ombrello protettivo del Comune di Milano non vedono alcuna prospettiva per il loro futuro. Finora nessuna delle famiglie di via Idro (comprese quelle che sono ospitate al CeAS di parco Lambro) ha ottenuto orientamento e supporto nella ricerca del lavoro e di una soluzione abitativa stabile e non provvisoria.
Per il lavoro non è stata fatta nessuna proposta, nemmeno per quanto riguarda le “borse lavoro”. Alle richieste dei soggetti interessati la risposta più frequente è stata: «datti da fare, bello mio». Di soluzioni abitative non si è mai parlato.
Prima dello sgombero, abbiamo chiesto tantissime volte che si elaborassero proposte operative in tema di lavoro e casa. La risposta unanime dell’assessore Granelli, della dottoressa De Bernardis e di Maurizio Azzolini della Casa della Carità è sempre stata più o meno questa: «ne parliamo quando le famiglie saranno nei nostri centri e potranno quindi sviluppare il percorso con i nostri operatori».
Gli impegni presi da Granelli e dagli altri funzionari del Comune (cioè De Bernardis, Ferrittu, Femiani e Mirante dell’assessorato alle Politiche Sociali), alla presenza costante dei responsabili del CeAS/Casa della Carità, prevedevano la possibilità di ospitalità per 1 anno + 1 (poi diventati 3 mesi + 6, e il futuro è diventato molto incerto).
Durante la trattativa (alla quale partecipammo, insieme con il presidente Mario Villa e i consiglieri Alberto Ciullini, Stefano Costa, Alberto Proietti, Luigi Tranquillino, Gianluca Pirovano della Zona 2) si disse che i cittadini italiani di etnia rom di via Idro ospitati nel CeAS avrebbero contribuito economicamente quando la loro situazione, anche grazie ai “percorsi”, glielo avrebbe consentito.
La settimana scorsa una delle quattro famiglie ospitate al CeAS di Parco Lambro ha invece ricevuto una lettera di richiamo in quanto non ha provveduto a versare la “quota pattuita” prevista dall’Accordo di Accoglienza firmato il 23 marzo 2016. Un analogo provvedimento sarà consegnato a un altro capofamiglia nei prossimi giorni. La lettera di richiamo si conclude dicendo che «il percorso di accompagnamento volto all’autonomia sociale ed economica, per ottenere risultati, necessita di continuità e reciproca adesione agli impegni assunti».
Occorre allora ricordare agli estensori della lettera di richiamo (cioè CeAS, Casa della Carità e Comune di Milano, che firmano insieme il provvedimento in una promiscuità di competenze dove non è chiaro chi “detiene” il potere di comminare sanzioni) che questi mancati impegni dipendono essenzialmente dal fatto che le famiglie ospiti del CeAS non lavorano dal giorno dello sgombero, cioè dal 15 marzo 2016. La situazione di via Idro consentiva loro di svolgere qualche attività marginale (precaria, non criminale), che faceva guadagnare quel poco che bastava per vivere. Al CeAS ciò non è possibile. Queste famiglie (7 adulti e 8 minori) sopravvivono con una pensione sociale (non una a testa, ma una sola), aiuti di amici e conoscenti e “pacchi alimentari”.
CeAS, Casa della Carità e Comune di Milano sanno benissimo qual è la situazione di questi nuclei famigliari. A noi pare piuttosto evidente che l’operato della dottoressa Ferrittu (che speriamo agisca in proprio e non su esplicito mandato del Comune) e dei responsabili del CeAS-CdC sta producendo l’“espulsione” delle famiglie ospitate dopo lo sgombero dell’insediamento abitativo di via Idro.
Vogliamo sperare (e soprattutto lo vogliono Stefano ed Elvis e con loro Marina, Antonio, Antonia, Nada e tutti i loro bambini) che gli impegni presi dall’amministrazione Pisapia valgano anche per quella attuale. Il Comune di Milano rispetterà i patti, dando attuazione vera e concreta alla delibera dell’agosto 2015? Chi ha approvato quella delibera (sindaco Pisapia compreso) deve sentirsi impegnato, anche moralmente, affinché vengano attuate le parti della delibera relative all’integrazione e all’accoglienza di queste famiglie nella città. E questo vale a maggior ragione per chi aveva responsabilità politiche e gestionali con la precedente Giunta e le ha conservate in quella attuale, a prescindere dall’ambito di competenza.
Amici di via Idro
Milano, 24 ottobre 2016