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domenica 21 gennaio 2018
25 aprile 2016 - le ruspe salviniane liberano Milano
alle volte il ridicolo può essere più efficace dell'indignazione (ReteRom Milano)
La liberazione di Milano non fu il 25 aprile del 1945 come sostengono alcuni storici di parte, ma avvenne il 25 aprile 2016 grazie alla rivolta del popolo leghista contro l’occupazione del territorio milanese da parte di alcune case vuote di rom italiani che vi avevano abitato regolarmente dal 1989 al 2016.
Dagli scranni del consiglio comunale il capomanipolo Luca Lepore aveva annunciato baldanzoso:
“Il 25 aprile alle ore 10 faremo la vera liberazione. Basta capannoni e bivacchi, liberiamo Milano dalla delinquenza e dai clandestini”.
Dalle parole ai fatti. Il 25 aprile alle 10 in punto il manipolo degli eroici leghisti guidati da Luca Lepore, forte della sua esperienza in sistemi aerospaziali, atterra con azione fulminea che sorprende le truppe di terra dell’assessore alla sicurezza, Marco Granelli, incaricate della difesa delle postazioni, nel campo di via Idro. Superati d’un balzo gli agguerriti presidi comunali, gli eroi si lanciano muniti solo di sassi e martelli contro le case vuote, che dopo una tenace resistenza cadono sotto l’impeto dei petti padani. Le feroci pareti legno e i potenti vetri delle finestre cedono rapidamente alla furia della ruspa padana.
Milano è finalmente libera.
Dagli scranni del consiglio comunale il capomanipolo Luca Lepore aveva annunciato baldanzoso:
“Il 25 aprile alle ore 10 faremo la vera liberazione. Basta capannoni e bivacchi, liberiamo Milano dalla delinquenza e dai clandestini”.
Dalle parole ai fatti. Il 25 aprile alle 10 in punto il manipolo degli eroici leghisti guidati da Luca Lepore, forte della sua esperienza in sistemi aerospaziali, atterra con azione fulminea che sorprende le truppe di terra dell’assessore alla sicurezza, Marco Granelli, incaricate della difesa delle postazioni, nel campo di via Idro. Superati d’un balzo gli agguerriti presidi comunali, gli eroi si lanciano muniti solo di sassi e martelli contro le case vuote, che dopo una tenace resistenza cadono sotto l’impeto dei petti padani. Le feroci pareti legno e i potenti vetri delle finestre cedono rapidamente alla furia della ruspa padana.
Milano è finalmente libera.
Alcune immagini dell’epica battaglia.
1) novello Balilla, scaglia il suo sasso contro l’agguerrito nemico, una lastra di vetro
2) una pattuglia di eroici leghisti, che sprezzanti del pericolo e della soverchiante superiorità in uomini e mezzi del nemico, espugna la casamatta avversaria, una robusta persiana di legno.
3) i nostri eroi in posa, in prima fila il capomanipolo Luca Lepore e il suo fido vice Samuele Piscina, l’espressione fiera e soddisfatta di chi ha sconfitto, dopo asperrima battaglia, un nemico terribile, il rom, che corrompeva e infestava la grande metropoli lombarda, ora finalmente ripulita da ogni infiltrazione criminale e mafiosa, da ogni illegalità ma non ancora dal senso del ridicolo, che sarà oggetto di una prossima campagna.
1) novello Balilla, scaglia il suo sasso contro l’agguerrito nemico, una lastra di vetro
2) una pattuglia di eroici leghisti, che sprezzanti del pericolo e della soverchiante superiorità in uomini e mezzi del nemico, espugna la casamatta avversaria, una robusta persiana di legno.
3) i nostri eroi in posa, in prima fila il capomanipolo Luca Lepore e il suo fido vice Samuele Piscina, l’espressione fiera e soddisfatta di chi ha sconfitto, dopo asperrima battaglia, un nemico terribile, il rom, che corrompeva e infestava la grande metropoli lombarda, ora finalmente ripulita da ogni infiltrazione criminale e mafiosa, da ogni illegalità ma non ancora dal senso del ridicolo, che sarà oggetto di una prossima campagna.
Intanto i due eroi attendono che il comandante supremo, Matteo Salvini, gli appunti sul petto la Ruspa di ghisa, supremo ordine alla viltà padana.
martedì 16 gennaio 2018
RILESSIONI DI "UNO ZINGARO" SULLA GIORNATA DELLA MEMORIA
Dalla pagina FB di Manuel Innocenti
1 h ·
Si sta avvicinando il 27 gennaio, giorno della memoria e prima, durante e dopo questo giorno, si ricorderanno anche di noi zingari, degli zingari sterminati nei campi di concentramento. Come ogni anno ci saranno degli eventi per ricordare questa tragedia.
Mi dispiace dirlo, ma questo argomento negli anni è diventato solo un appuntamento, un cerimoniale che appena finito, tutto è come prima.
Come prima, nel senso che noi zingari, per la maggior parte delle persone, non dovremmo neanche esistere. Non interessa sei sei una brava persona, sei zingaro e questo gli basta.
Se sei zingaro e commetti la stessa cosa sbagliata che commette un non zingaro, tu zingaro sarai più malvisto e più da condannare del non zingaro e in più, ti abbonano il fatto che oltre a condannare te, giudicheranno male anche tutti gli altri zingari che non c'entrano niente.
Mentre invece il non zingaro che ha commesso il tuo stesso sbaglio o anche peggio, sarà più scusato di te.
Non ci fu nessun processo verso i carnefici che sterminarono gli zingari nei campi di concentramento e da questo si capisce quanto gliene frega la gente di questa tragedia.
Per i cinquecentomila o forse più di un milione di zingari torturati e sterminati in quei campi e fuori, ci sono solo cerimonie, piccole, non pubblicizzate, nascoste quando a queste vi partecipa anche qualcuno delle istituzioni.
Si sa, mettersi a fianco degli zingari è scomodo e questo non fa altro che alimentare da parte di chi, sa che non siamo il male assoluto e che partecipa anche a queste cerimonie, a questo ricordo, il fatto del credere comune, che noi zingari siamo il male.
Nessuno parla del normale che esiste tra gli zingari, nessuno parla del positivo, di quello che di bello anche c'è.
Nessuno, neanche chi li conosce o chi dice di combattere per loro nella battaglia contro il pregiudizio negativo nei loro confronti.
A cosa serve ricordare ?
1 h ·
Si sta avvicinando il 27 gennaio, giorno della memoria e prima, durante e dopo questo giorno, si ricorderanno anche di noi zingari, degli zingari sterminati nei campi di concentramento. Come ogni anno ci saranno degli eventi per ricordare questa tragedia.
Mi dispiace dirlo, ma questo argomento negli anni è diventato solo un appuntamento, un cerimoniale che appena finito, tutto è come prima.
Come prima, nel senso che noi zingari, per la maggior parte delle persone, non dovremmo neanche esistere. Non interessa sei sei una brava persona, sei zingaro e questo gli basta.
Se sei zingaro e commetti la stessa cosa sbagliata che commette un non zingaro, tu zingaro sarai più malvisto e più da condannare del non zingaro e in più, ti abbonano il fatto che oltre a condannare te, giudicheranno male anche tutti gli altri zingari che non c'entrano niente.
Mentre invece il non zingaro che ha commesso il tuo stesso sbaglio o anche peggio, sarà più scusato di te.
Non ci fu nessun processo verso i carnefici che sterminarono gli zingari nei campi di concentramento e da questo si capisce quanto gliene frega la gente di questa tragedia.
Per i cinquecentomila o forse più di un milione di zingari torturati e sterminati in quei campi e fuori, ci sono solo cerimonie, piccole, non pubblicizzate, nascoste quando a queste vi partecipa anche qualcuno delle istituzioni.
Si sa, mettersi a fianco degli zingari è scomodo e questo non fa altro che alimentare da parte di chi, sa che non siamo il male assoluto e che partecipa anche a queste cerimonie, a questo ricordo, il fatto del credere comune, che noi zingari siamo il male.
Nessuno parla del normale che esiste tra gli zingari, nessuno parla del positivo, di quello che di bello anche c'è.
Nessuno, neanche chi li conosce o chi dice di combattere per loro nella battaglia contro il pregiudizio negativo nei loro confronti.
A cosa serve ricordare ?
domenica 14 gennaio 2018
'Togliere i bambini rom alle famiglie'? Non è con l'intolleranza che si garantisce la legge - Il Fatto Quotidiano
mercoledì 10 gennaio 2018
martedì 9 gennaio 2018
Rom, i bimbi incontrano 'Eugema' in 'Fiabe per l'Epifania'
Rom, i bimbi incontrano 'Eugema' in 'Fiabe per l'Epifania': Ordine e sicurezza pubblica da sempre sono stati i “campi” nei quali la vicenda umana rom si è sempre consumata, quasi a scandire nel tempo gli ...
Opre Roma! film completo (gratis)
domenica 7 gennaio 2018
ESSERE ROM
Luigi Bevilacqua
3 h ·
Il far parte della Comunità Romanes l'ho concepito verso i 6-7 anni,in corrispondenza della scuola elementare.
Fino ad allora ero convinto di essere un semplice bambino.
Il primo anno di scuola l'ho perso perchè c'era una bambina che aveva dei problemi di natura psicologica che mi aveva preso di mira,picchiandomi ripetutamente.
I miei genitori decisero di interrompere la frequentazione,facendomela riprendere l'anno successivo.
Causa anche il mio comportamento timido ed introverso mi sono sempre ritrovato all'ultimo banco e poco propenso al socializzare con l'intero gruppo.
Quando capitava che i miei compagni e/o amici mi etichettavano "zingaro" ho capito che non potevo essere "uguale" agli altri.
Ho sempre avvertito la diffidenza verso la mia persona(tranne poche eccezioni) e verso la mia Comunità.
Con il tempo ho provato a capire meglio questa situazione.
L'ho sperimentata nelle cose in cui le parole servono a poco e a nulla.
Ho visto che al calcio tutto sommato quello che riuscivano a fare gli altri riuscivamo a farlo anche noi in modo pressocchè simile.
All'esame di patente mi sono riuscito a preparare in modo simile e infatti feci zero errori,consegnando la scheda in meno di un minuto.
Alla fine mi sono fatto l'idea di non essere "diverso" e/o inferiore agli altri.
Ho le mie qualità,cosi' come i miei difetti,come tutti gli altri.
La scelta finale poteva essere quella di continuare a sentirsi discriminato ed emarginato,oppure quella di rimboccarsi le maniche ed utilizzare questi falsi miti facendoli diventare punti di forza e non punti deboli.
Gioco molto su questi falsi miti e sui paradossi che devo ascoltare di volta in volta.
Cerco di girarli sull'altro in modo da far uscire fuori tutto il suo controsenso.
3 h ·
Il far parte della Comunità Romanes l'ho concepito verso i 6-7 anni,in corrispondenza della scuola elementare.
Fino ad allora ero convinto di essere un semplice bambino.
Il primo anno di scuola l'ho perso perchè c'era una bambina che aveva dei problemi di natura psicologica che mi aveva preso di mira,picchiandomi ripetutamente.
I miei genitori decisero di interrompere la frequentazione,facendomela riprendere l'anno successivo.
Causa anche il mio comportamento timido ed introverso mi sono sempre ritrovato all'ultimo banco e poco propenso al socializzare con l'intero gruppo.
Quando capitava che i miei compagni e/o amici mi etichettavano "zingaro" ho capito che non potevo essere "uguale" agli altri.
Ho sempre avvertito la diffidenza verso la mia persona(tranne poche eccezioni) e verso la mia Comunità.
Con il tempo ho provato a capire meglio questa situazione.
L'ho sperimentata nelle cose in cui le parole servono a poco e a nulla.
Ho visto che al calcio tutto sommato quello che riuscivano a fare gli altri riuscivamo a farlo anche noi in modo pressocchè simile.
All'esame di patente mi sono riuscito a preparare in modo simile e infatti feci zero errori,consegnando la scheda in meno di un minuto.
Alla fine mi sono fatto l'idea di non essere "diverso" e/o inferiore agli altri.
Ho le mie qualità,cosi' come i miei difetti,come tutti gli altri.
La scelta finale poteva essere quella di continuare a sentirsi discriminato ed emarginato,oppure quella di rimboccarsi le maniche ed utilizzare questi falsi miti facendoli diventare punti di forza e non punti deboli.
Gioco molto su questi falsi miti e sui paradossi che devo ascoltare di volta in volta.
Cerco di girarli sull'altro in modo da far uscire fuori tutto il suo controsenso.
giovedì 4 gennaio 2018
Cosenza, il ponte di Calatrava mette sotto sgombero la comunità rom: "Qui da 50 anni, dove dormiremo?" - Il Fatto Quotidiano
Roma, 10mila euro ai Rom per lasciare la città: la Capitale gioca la carta dei rimpatri
Roma, 10mila euro ai Rom per lasciare la città: la Capitale gioca la carta dei rimpatri: Roma Capitale starebbe valutando l'ipotesi dei rimpatri dei nomadi per risolvere l'annosa questione delle baraccopoli presenti sul territorio comunale. Un
mercoledì 3 gennaio 2018
ROMA: LA RAGGI PAGA IL BENSERVITO AI ROM
venerdì 29 dicembre 2017
giovedì 28 dicembre 2017
LA PERSECUZIONE DEGLI JENISCH IN SVIZZERA
dalla pagina FB di Paolo Cagna Ninchi
22 h ·
Oggi, 27 dicembre 2017, Mariella Mehr compie 70 anni. Jenisch svizzera, è una delle tante vittime della follia eugenetica che nella Svizzera del cioccolato e delle banche ha colpito il popolo jenisch, una comunità nomade che dal 1926 al 1976 (!!!) è stata vittima di una persecuzione volta a estirpare il "Wandertrieb", il gene del nomadismo. Per 50 anni, nonostante il processo di Norimberga, nel mondo dei Beatles, della ribellione del '68, si è continuato a sottrarre i figli alle madri che venivano sterilizzate per non procreare altri esseri inadatti al levigato mondo svizzero. Mariella ha subito la stessa sorte di sua madre, avuto un figlio a 18 anni è stata sterilizzata, il figlio le è stato tolto. Protagonista della lotta che ha costretto la Confederazione svizzera a chiedere scusa, a risarcire le vittime, a consentire agli jenisch il nomadismo, ha trasformato la sua rabbia e il suo dolore in poesia, in versi e racconti intensi, lancinanti che ci mantengono vigili contro l'assuefazione alla sofferenza che subiscono gli ultimi nei nostri giorni.
sabato 23 dicembre 2017
I rom si raccontano - Nazzareno Guarnieri
giovedì 21 dicembre 2017
Rom e sinti, tutti parlano di noi ma nessuno ascolta la nostra voce - Il Fatto Quotidiano
mercoledì 20 dicembre 2017
La retorica del tema rom
Passa un altro anno e la retorica sul tema rom non regge più, ci sono questioni negative del passato che continuano ad avere una costante ripetitività, tanto nei contenuti quando nel metodo, e seguitano ad intossicare e falsare il dibattito pubblico, la realtà e le rivendicazioni della minoranza romanì.
Periodicamente cambiano i soggetti ma non cambia la retorica sul tema rom, la quale ha una dipendenza, quasi esclusiva, da dichiarazioni di principio e dai buoni sentimenti, mentre la realtà viaggia su altri binari.
La disconnessione dalla realtà radicalizza nevrosi e, come ogni nevrosi, provoca diverse conseguenze negative.
Per le comunità romanès si mettono in campo politiche improvvisate il cui impatto non viene sostanzialmente valutato, ed ogni progetto che fallisce, o di cui non si conosce l’impatto, sviluppa un assistenzialismo che delegittima e folclorizza la diversità culturale romanì.
Dare costantemente in pasto all’opinione pubblica numeri e distorsioni sulla minoranza romanì, senza il supporto della ricerca sociale con il metodo scientifico, vuol dire sviluppo di una “nevrosi quantitativa” che di fatto mistifica la realtà.
La “nevrosi quantitativa” è forse la più grave minaccia per la minoranza romanì perché altera la realtà, e si deve curare con l’approfondimento qualitativo, entrando nel merito con il lavoro sul campo ed il supporto di tutti gli strumenti della ricerca di rilevazione e di analisi dei dati, ed in particolare con la condivisione della comunità e la restituzione alla comunità.
La ricerca sociale con il metodo scientifico è lo strumento per migliorare la capacità di descrivere un determinato fenomeno sociale, di spiegarlo e di conseguenza di prevederlo.
Una buona diagnosi prepara ed orienta la terapia.
Identico ragionamento per altre questioni, come la “nevrosi partecipativa” che sviluppa un attivismo folcloristico in balia della volontà e di eventi altrui, sconnesso dalla realtà. Invece noi riteniamo che sia utile sostenere la partecipazione attiva e qualificata, specifica e non esclusiva, con un attivismo professionale e con la “schiena dritta”, capace di ragionare con la propria testa.
La retorica sul tema rom non regge più:
- o siamo capaci di spiegare in modo chiaro il “perché e in che modo” sviluppare la visione politica strategica connessa con la realtà
- rendiamo visibili le soluzioni dotati di senso per dare risposte ragionate ai bisogni e la valutazione dell'impatto delle nostre azioni
oppure è meglio astenersi dal "ripetere come un mantra" la solita retorica sul tema rom, perché “ogni ripetizione” continua a mistificare la realtà ed a smentire le rivendicazioni.
Superare la solita retorica sul tema rom e declinare processi di sviluppo delle comunità in cui la diversità culturale non sia solo un simulacro dei tempi passati, ma una risorsa, tanto per il soggetto quando per la comunità, da collegare a modelli di sviluppo sociale, culturale ed economico. Sarebbe un buon inizio per avviare il superamento della solita retorica sul tema rom.
Periodicamente cambiano i soggetti ma non cambia la retorica sul tema rom, la quale ha una dipendenza, quasi esclusiva, da dichiarazioni di principio e dai buoni sentimenti, mentre la realtà viaggia su altri binari.
La disconnessione dalla realtà radicalizza nevrosi e, come ogni nevrosi, provoca diverse conseguenze negative.
Per le comunità romanès si mettono in campo politiche improvvisate il cui impatto non viene sostanzialmente valutato, ed ogni progetto che fallisce, o di cui non si conosce l’impatto, sviluppa un assistenzialismo che delegittima e folclorizza la diversità culturale romanì.
Dare costantemente in pasto all’opinione pubblica numeri e distorsioni sulla minoranza romanì, senza il supporto della ricerca sociale con il metodo scientifico, vuol dire sviluppo di una “nevrosi quantitativa” che di fatto mistifica la realtà.
La “nevrosi quantitativa” è forse la più grave minaccia per la minoranza romanì perché altera la realtà, e si deve curare con l’approfondimento qualitativo, entrando nel merito con il lavoro sul campo ed il supporto di tutti gli strumenti della ricerca di rilevazione e di analisi dei dati, ed in particolare con la condivisione della comunità e la restituzione alla comunità.
La ricerca sociale con il metodo scientifico è lo strumento per migliorare la capacità di descrivere un determinato fenomeno sociale, di spiegarlo e di conseguenza di prevederlo.
Una buona diagnosi prepara ed orienta la terapia.
Identico ragionamento per altre questioni, come la “nevrosi partecipativa” che sviluppa un attivismo folcloristico in balia della volontà e di eventi altrui, sconnesso dalla realtà. Invece noi riteniamo che sia utile sostenere la partecipazione attiva e qualificata, specifica e non esclusiva, con un attivismo professionale e con la “schiena dritta”, capace di ragionare con la propria testa.
La retorica sul tema rom non regge più:
- o siamo capaci di spiegare in modo chiaro il “perché e in che modo” sviluppare la visione politica strategica connessa con la realtà
- rendiamo visibili le soluzioni dotati di senso per dare risposte ragionate ai bisogni e la valutazione dell'impatto delle nostre azioni
oppure è meglio astenersi dal "ripetere come un mantra" la solita retorica sul tema rom, perché “ogni ripetizione” continua a mistificare la realtà ed a smentire le rivendicazioni.
Superare la solita retorica sul tema rom e declinare processi di sviluppo delle comunità in cui la diversità culturale non sia solo un simulacro dei tempi passati, ma una risorsa, tanto per il soggetto quando per la comunità, da collegare a modelli di sviluppo sociale, culturale ed economico. Sarebbe un buon inizio per avviare il superamento della solita retorica sul tema rom.
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LUISA DEVE STUDIARE: VUOI CONTRIBUIRE?
lunedì 18 dicembre 2017
Si riammoderna il campo nomadi: costo, 200 mila euro per Comune e Regione - SulPanaro | News
giovedì 14 dicembre 2017
Reyn Italia scrive all’Assessora Donazzan: no all’antiziganismo, puntare sulle buone pratiche « REYN ITALIA
Sinti, le microaree chiuse nel cassetto. Mattia Civico: ''Un'occasione persa'' - il Dolomiti
Micro-aree per i sinti, interviene anche l'assessore Zeni: Questione complessa e costi elevati - il Dolomiti
sabato 9 dicembre 2017
A PROPOSITO DI IDENTITA' ROMANI'
Fiore Manzo
6 h ·
La popolazione romanì, caleidoscopica ed eterogenea, nonostante sia sparsa in tutto il mondo DEVE essere considerata un solo popolo. La minoranza romanì presenta un "insieme unitario di varietà sociolinguistiche, sufficientemente omogenee, proprio delle comunità rom, sinte, kalè, manousches, romanichels e relativi sottogruppi"* e quindi DEVE essere considerato UN SOLO POPOLO. Diverse volte ho sentito che rom e sinti ( due dei gruppi presenti in Italia) siano diversi ma se andiamo a comparare i dialetti dei due gruppi tantissime sono eguali. Per quanto concerne la lingua questo vale anche per gli altri dialetti romanès sparsi nel mondo. Per esempio con Futuro Romanò in Spagna a Valencia dove erano presenti rom da diversi paesi del mondo ( Spagna, Italia, Francia, Svezia, Ungheria, Colombia, Serbia, Macedonia, Lituania, Russia, Moldavia, Germania) abbiamo usato spesso la lingua romanì per comunicare e questo ci fa capire che una base ci accomuna, fra le comunità sparse, ma giustamente hanno/ abbiamo le loro/nostre particolarità dovute ad anni di contatti con le popolazioni locali...
*Giovanni Agresti, Le rappresentazioni sociali del romanés. Un'inchiesta sulla lingua dei rom e dei sinti in Italia, Aracne,2015
Radio Cora - DE-ETNICIZZARE PER CANCELLARE L’IDENTITA’?
ROM: IL VALORE DELL'ISTRUZIONE
Luigi Bevilacqua
16 h ·
In mezzo alle diatribe nazionali sulla tematica rom, noi preferiamo andare avanti per la nostra strada,evitando di accreditare personaggi che vogliono solo stare al centro dell'attenzione e ambire a progetti (questo e' valido sia a personaggi rom che a non rom).
Puntiamo ad aumentare I numeri qualitativi dei rom nostrani.
Mi fa enormemente piacere che anche la sorella di mia moglie si sia iscritta all'universita'.
La qualita' dei dati scolastici, Scuole superiori ed Universita',sono sensibilmente migliorati negli ultimi 5 anni.
Puntiamo a migliorarli ancora,in modo da avere quanti piu' possibile rom preparati,con competenze specifiche di assoluta qualita'.
Alle chiacchiere preferiamo I fatti....
Sead Dobreva Grande luigi in bocca al per la cognata un abbraccio
Luigi Bevilacqua
Luigi Bevilacqua La cosa significativa e' che la maggior parte di questi numeri sono persone che hanno ripreso gli studi dopo l'eta' obbligatoria.
Lo sforzo deve essere ancora maggiore in questa direzione,ed iniziare a lavorate bene con I ragazzi fin dalle scuole elementari
Sead Dobreva concordo perfettamente luigi la cosa più importante è l'istruzione per noi è ora che stanno arrivando i risultati in massa vedrai che tutto cambierà e di lucratori che vogliono stare al centro dell'attenzione su la pelle dei rom ne vedremo sempre meno 😊
venerdì 8 dicembre 2017
Upre Roma: de-etnicizzare per cancellare l'identita'?
giovedì 7 dicembre 2017
Replica a Stasolla su "Rom, una parola non basta a definire 22 comunità diverse"
- Rom, una parola non basta adefinire 22 comunità diversehps://www.ilfaoquodiano.it/2017/12/05/rom-una-parola-non-basta-a-de"nire-22-comunita-diverse/4019438/Rom, una parola («la povertà») non basta a spiegare ogni problema. Ripartiamo dallaCostituzione e dalla legalitàL’articolo di Carlo Stasolla pubblicato su Il Fatto quotidiano del 5 dicembre 2017 («Rom, unaparola non basta a definire 22 comunità diverse») ha due meriti fondamentali: 1) mette in guardiacontro chi sfrutta la questione rom per trarre vantaggi economici; 2) informa un pubblicoverosimilmente vasto e non specializzato circa l’indubbia complessità del mondo rom e – aspettospesso ignorato dai più – il suo antico insediamento in Italia (XIV secolo). La disinformazioneprepara il terreno al pregiudizio e alle scorciatoie del pensiero, come quando – aggiungiamo noi –viene posta dall’opinione pubblica la (frequente e molto discutibile) equivalenza tra “rom” e“romeni” o tra “rom” e “nomadi”. Sappiamo quanto le generalizzazioni siano, in qualsiasi contesto,delle mortificazioni, spesso esiziali, della realtà, e come, nello specifico contesto della comunitàromanì, contribuiscano a compromettere il già difficile dialogo sociale.Detto questo, frammentando la minoranza romanì in «107 condizioni socio-culturali differenti» edenfatizzando la diversità di «dialetti, religioni, tradizioni», Stasolla finisce per cadere nell’eccessoopposto, aprendo da un canto la via ad altre forme di pregiudizio in merito alla possibilità stessa diammettere l’esistenza, in Italia, di una comunità romanì dotata di una cultura e di una linguasufficientemente unitarie; e, dall’altro, depotenziando legittime rivendicazioni di ordine culturale,già molto osteggiate dalla nostra classe dirigente. Mi riferisco in particolare all’istanza, formulataanche da una parte rappresentativa e qualificata della comunità romanì, e alla quale ho dato unpersonale contributo, della pur tardiva applicazione, anche per i rom, di uno dei principifondamentali della Costituzione della Repubblica italiana, l’articolo 6: «La Repubblica tutela conapposite norme le minoranze linguistiche».Gli argomenti di Stasolla sono più che discutibili: quando afferma che «una parola non basta adefinire 22 comunità diverse», il Presidente dell’Associazione 21 luglio propone al lettoreargomenti che, in realtà, potrebbero essere estesi ad altre minoranze linguistiche storiche delterritorio italiano: quali comunità linguistiche minoritarie non sono in effetti rappresentate, in varigradi, «da culture fuse e compenetrate con tipicità delle popolazioni locali, da cui sono scaturitemescolanze, contaminazioni, strategie di visibilità o mimetizzazione»? Pensiamo alle comunitàlinguistiche francoprovenzali, caratterizzate da un’eccezionale variazione linguistica sia in areaalpina (a cavallo di Italia, Svizzera e Francia) sia in area periferica, quei due straordinari comuniincastonati nei Monti Dauni in provincia di Foggia, Faeto e Celle di San Vito, dove sopravvive doposette secoli una varietà di francoprovenzale alquanto mescolata con le parlate locali (lessico,fonetica e sintassi). O pensiamo alle cinquanta comunità di lingua arbëreshe (italo-albanesi), sparse
per il meridione insulare e peninsulare: benché dotate di forti simboli unificatori (su tutti, ilcondottiero Skanderbeg, eroe nazionale albanese e “paladino della Cristianità”), in queste comunitàla lingua minoritaria è molto variamente parlata dalle popolazioni locali, come anche variano nelloro seno i sentimenti linguistici e il senso d’identità – alquanto misto tra l’appartenenza allo Statoitaliano, il ricordo della madrepatria albanese e la consapevolezza di un’identità arbëreshecomunque irriducibile tanto all’una quanto all’altro. Se poi parliamo di tradizioni, stupirà come labevanda tradizionale di una di queste cinquanta comunità italo-albanesi, Lungro (CS), sededell’Eparchia degli italo-albanesi d’Italia, sia il… mate argentino! dovuto a fenomeni migratori piùrecenti che portarono molti lungresi a stabilirsi nel continente sudamericano. Ma gli esempi diquesto tipo sono innumerevoli.La verità è che la storia di ogni comunità cosiddetta «etnica» è fatta di mescidazioni,contaminazioni, stratificazioni, disseminazioni, e le varietà linguistiche riflettono questa dinamicache è semplicemente naturale. In Europa solo il popolo basco può vantare due caratteristichesingolari: una lingua di origine non indoeuropea e, come affermato da Luigi Luca Cavalli Sforza,specifiche caratteristiche a livello di gruppo sanguigno (elevata incidenza del fattore Rh negativo)che possono spingerci a pensarlo come uno dei popoli più antichi del Vecchio Continente. Quanto anoi, è la stessa nozione di Italia e di italianità che dovrebbe suggerire quanto complesso sia iltessuto sociale, culturale, linguistico e persino economico di un Paese de jure unitario. Senzascomodare, come infelicemente fa Stasolla, «il dottor Mengele», ricorderò come una recente ricercaitaliana, pubblicata su un’autorevole rivista scientifica internazionale, dimostri come il nostro paesesia uno dei più ricchi in termini di diversità linguistica e genetica di tutta l’area del Mediterraneo1.Dobbiamo per questo dedurne, sulla scia di Fabrizio Rondolino, che «l’Italia non esiste?». Direiproprio di no.In sintesi, così come, a proposito delle comunità di minoranza linguistica, non si deve indulgere néalla «cartolina» né al folklorismo, cioè alle rappresentazioni stereotipe ed etnotipiche, non bisognaneanche scadere in un relativismo che azzeri ogni tratto identitario risolvendo, nel caso specifico, iproblemi del mondo rom alla sola questione economica, come propone Stasolla in chiusura del suoarticolo.Non ho fatica a ritenere che non tutto passi per il denaro, e che l’ostracismo di cui è vittima laminoranza romanì, soprattutto in Italia, dev’essere interpretato anche in chiave sociale e culturale.Quel che è veramente importante è non contrapporre le azioni urgenti (il soccorso incondizionato achi vive in situazioni precarie e pericolose per la propria e altrui incolumità) alle azioni sul medio elungo periodo, quali sono per l’appunto le azioni di sviluppo sociale e culturale, generalmentesilenziose e poco spettacolari ma molto spesso tanto più incisive.Ripartiamo quindi dal nucleo fondativo della nostra comunità, la Costituzione, ed estendiamo allaminoranza romanì la tutela che altre dodici minoranze linguistiche d’Italia si sono viste riconoscerecon la legge statale n. 482 del 1999 («Norme in materia di tutela delle minoranze linguistichestoriche») e con diverse leggi regionali. La proposta di legge depositata dall’On. Gianni Melilla e daaltri venti parlamentari2è di natura patrimonialista e non droitdelhommiste e non prevede alcun«diritto speciale» per i rom, come paventa Stasolla. Si tratta di una proposta volta unicamenteall’applicazione dell’art. 6, al riconoscimento cioè da parte dello Stato italiano della minoranzaromanì come minoranza linguistica di antico insediamento. Si dirà che questo riconoscimento è benpoca cosa rispetto alle urgenze del mondo rom, ma in realtà potrebbe nel tempo contribuire a1Capocasa et al. 2014. «Linguistic, geographic and genetic isolation: a collaborative study of Italian populations», Journal ofAnthropological Sciences, vol. 92, pp. 1-32.2Proposta di legge ordinaria 3162 a firma di Gianni Melilla et al., « Modifiche alla legge 15 dicembre 1999, n. 482, e altredisposizioni in materia di riconoscimento della minoranza linguistica storica parlante la lingua romanì». <www.camera.it/leg17/126?tab=8&leg=17&idDocumento=3162&sede=&tipo=>.
migliorare di molto i rapporti tra la comunità di minoranza e il potere centrale: attraverso un patto direciproco riconoscimento; il rispetto dei principi costituzionali e la conseguente simbolicariparazione storica delle violenze subite dai rom durante la Seconda Guerra mondiale; l’incentivoallo studio della lingua e alla sua codificazione (non rigida ma “polinomica”, secondo il modellocòrso, tollerante cioè delle variazioni dialettali), anche in forma scritta; la disalienazione culturale, ilrecupero della memoria storica e la conseguente riparazione del processo, degradante, di auto-odio.Questi sviluppi virtuosi non risolveranno subito tutti i problemi di disagio e devianza, ma darannoun loro contributo, peraltro ben poco oneroso, a migliorare le condizioni di esistenza della comunitàromanì. E, contrariamente a quello che molti credono, è la comunità stessa di minoranza ad averformulato questa istanza di riconoscimento e standardizzazione del romanés, come ho potutoverificare a valle di una recente ricerca sulle rappresentazioni sociali della lingua dei rom e dei sintiin Italia3.Anche se chi non ha casa né cibo chiaramente ci chiederà una casa e del pane, non è mai vero che lequestioni culturali e legate all’identità sono accessorie o marginali. Per il mondo rom,sovradeterminato da ogni tipo di pregiudizio negativo, questo è ancor meno vero.Prof. Giovanni AgrestieFondazione romanì Italia
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