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Per
tanto tempo, negli anni passati, abbiamo tutti denunciato gli errori
degli attivisti, degli esperti e dalle
associazioni pro rom per le scelte politiche sbagliate verso la
minoranza romanì, per un disastroso modello di sviluppo degli interventi
i cui
fallimenti sono ben documentati, e per l'assenza di volontà ad un
radicale cambiamento.
Tutti abbiamo sempre denunciato gli ostacoli per la partecipazione attiva del rom nelle attività e nelle iniziative destinate alla minoranza romanì. Da diversi anni la partecipazione attiva del rom inizia ad essere un fatto concreto e dobbiamo porci diverse domande. Cresce la partecipazione attiva del rom e non è visibile un miglioramento delle condizioni della minoranza romanì, è evidente che qualche cosa non funziona correttamente. Oggi per le comunità romanès non è cambiato quasi nulla rispetto al passato, anche se da diversi anni tante persone/associazioni rom gestiscono progetti ed iniziative oppure collaborano alla loro realizzazione. Potrei citare i progetti gestiti con la presenza di persone/associazioni rom che non hanno prodotto alcun tipo di benificio alle comunità romanès, e potrei motivare i limiti ed i danni delle attività realizzate, ma in questa sede voglio invitare ad una riflessione con la propria coscienza. La partecipazione attiva e qualificata del rom, specifica e non esclusiva, è fondamentale per migliorare le condizioni delle comunità romanès, ma siamo degli irresponsabili se non comprendiamo che la partecipazione attiva del rom senza specifiche conoscenze-competenze professionali ed esperienza è molto pericolosa perchè implementa stereotipi e pregiudizi, legittima l'istigazione all'odio razziale e radicalizza la discriminazione. Essere rom non vuol dire essere automaticamente un esperto. In Italia gran parte dei progetti e delle iniziative realizzate con la partecipazione attiva di persone/associazioni rom dimostrano che il modello di partecipazione attiva del rom, spesso voluto e sostenuto dalle istituzioni, non ha prodotto (e nemmeno proposto) un radicale cambiamento utile per migliorare le condizioni sociali, culturali e politiche della minoranza romanì. Si intende continuare con l'attuale modello di partecipazione? Nella Fondazione romanì Italia abbiamo scelto un modello di partecipazione attiva e qualificata del rom, specifica e non esclusiva, laddove i requisiti prefessionali, morali ed etici sono fondamenti imprescindibili; con questa strategia la nostra fondazione da alcuni anni realizza la propria visione politica. Nei prossimi giorni Fondazione romanì Italia emanerà un bando ( sarà disponibile nel sito web: www.fondazioneromani.eu), per selezionare n. 12 persone rom più 03 uditori per partecipare al corso di formazione professionale di “Esperto di sviluppo di comunità”. Si tratta di una delle attività del progetto “Romanipè 2.0” finanziato da UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazione razziale e finalizzato ad implementare la visione politica strategica di Fondazione romanì Italia per strutturare un modello di sviluppo degli interventi per le comunità romanès diverso dal passato ed elaborare una nuova romanipè. Concludo invitando a sostenere la campagna di adesione 2017 di Fondazione romanì con l'adesione quale socio sostenitore dalla home page del sito web: www.fondazioneromani.eu Nazzareno Guarnieri – presidente Fondazione romanì Italia |
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Fondazione romanì ItaliaVia Rigopiano n. 10/B - 65124 Pescara tel. 3299135259 - 3277393570 |
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Vesna Baxtali Vuletic ha condiviso il post di Idea Rom Onlus nel gruppo: ROMANIPEN ITALIA.
Idea Rom Onlus ha aggiunto 8 nuove foto.
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2 - LA STORIA DEI ROM
Venuti dall’Indo. Ma i Rom sono sempre stati nomadi? È vero che non hanno cultura? Perché sono visti come accattoni? Chi sono?
I 7 milioni di Rom che vivono in Europa discendono da una popolazione che parlava una forma volgare di sanscrito, il praclito. Nel 1000 d. C. circa, lasciò il delta dell’Indo, fra l’India e il Pakistan. Vi erano esperti nella lavorazione dei metalli, chiamati athinganoi, da qui “zingari”. In 4 secoli i Rom si insediarono in molti Paesi europei, a partire dai Balcani. «Già da allora» spiega Piasere «i Rom non si comportavano tutti allo stesso modo, cambiavano economia e ritmi di vita secondo le opportunità offerte dai Paesi ospitanti».
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2 - LA STORIA DEI ROM
Venuti dall’Indo. Ma i Rom sono sempre stati nomadi? È vero che non hanno cultura? Perché sono visti come accattoni? Chi sono?
I 7 milioni di Rom che vivono in Europa discendono da una popolazione che parlava una forma volgare di sanscrito, il praclito. Nel 1000 d. C. circa, lasciò il delta dell’Indo, fra l’India e il Pakistan. Vi erano esperti nella lavorazione dei metalli, chiamati athinganoi, da qui “zingari”. In 4 secoli i Rom si insediarono in molti Paesi europei, a partire dai Balcani. «Già da allora» spiega Piasere «i Rom non si comportavano tutti allo stesso modo, cambiavano economia e ritmi di vita secondo le opportunità offerte dai Paesi ospitanti».
Maestri dei metalli. Li si poteva suddividere in 3 aree geografiche. La
prima, quella Balcanica, durante l’impero Ottomano li vide sviluppare
un gran numero di professioni, soprattutto artigianali. Alla fine del
XVI secolo erano tutti censiti, abitavano in dimore fisse e pagavano le
tasse. Erano insomma ottimi contribuenti, divisi in corporazioni:
lautari (musicisti e costruttori di strumenti musicali), fabbri,
orefici, sarti, macellai, venditori di cavalli, “veterinari”, contadini
liberi.
La seconda area, che corrispondeva ai principati di Valacchia e di Moldavia (oggi parte della Romania), li vide invece nello scomodo ruolo di schiavi. Erano proprietà del principe, e lui poteva permettere loro l’esercizio di mestieri itineranti (acrobati, addestratori di orsi, giocolieri), lingurari (costruttori di utensili di legno), calderai e ramai, a patto che gli pagassero i tributi. Salvo venire donati, con l’intera famiglia, a un monastero ortodosso a saldo dei peccati del principe. Spesso i Rom erano schiavi di feudatari e monasteri che li utilizzavano nei campi. E rimasero tali fino alla metà dell’800 (altro che nomadi...), quando, con le rivoluzioni liberali, fu abolito lo schiavismo nella regione.
Queste prime due aree, la Balcanica e la Rumena, oggi ospitano il 90% dei Rom europei. E non per caso sono sedentari, vivono in vere case con bagno e cucina, sanno fare i mestieri più diversi, coltivano la terra. In Romania, 1 milione 800 mila Rom, i furti da loro commessi sono vicini allo zero. Lo afferma l’Interpol.
Ma c’è una terza area, conflittuale: è l’Europa occidentale, dove si protende il “Paese dei campi” (in Italia i Rom sono lo 0,15% della popolazione: circa 87.000 persone). Come sono arrivati?
Pellegrini “raccomandati”. Fra il 1417 e il 1430 furono notate, dall’Italia all’Olanda, compagnie di pellegrini che si dicevano “egiziani”. Erano condotte da presunti conti e duchi, composte da uomini, donne, bambini, cavalli e cani. I cronisti del tempo raccoglievano sempre la stessa versione: “Siamo egiziani, ma cristiani, dobbiamo espiare una penitenza per un peccato di apostasia che ci condanna a un pellegrinaggio di 7 anni. Per favore aiutateci”. Le lettere erano firmate da Sigismondo, imperatore del Sacro Romano Impero, dal papa o da altri grandi. Alcune erano vere, molte altre false. Risultato: molte città fecero cospicue donazioni ai sedicenti “egiziani”, da cui vengono alcuni nomi che oggi indicano i Rom, come gipsy o gitani. Ma un pellegrinaggio credibile non poteva durare in eterno.
Via alle persecuzioni. Si diffusero così bandi per cacciare i Rom. Erano repressi di pari passo con la nascita dell’industria nell’Europa occidentale, che richiedeva mano d’opera salariata e non consentiva forme di accattonaggio o mestieri da girovaghi. Nonostante la repressione (in alcune fasi chi uccideva uno zingaro aveva diritto ai suoi beni), i Rom si legarono a vari territori, da cui presero il nome, come i Sinti piemontesi, i Sinti lombardi, i Kalè andalusi, i Manouche francesi, i Romanichals gallesi.
Il 50% della loro lingua rimase quella delle origini, per il resto acquisirono termini delle lingue locali. «In questa parte d’Europa, dove tanti popoli avevano dovuto lottare per la loro identità» spiega Piasere «i Rom si mossero molto cautamente. Non fecero mai guerre e per non essere cancellati, si sparpagliarono in piccole unità, famiglie allargate che ogni tanto si riunivano, ma dovevano essere mobili e sfuggenti ai controlli». Il nomadismo fu quindi un adattamento di fronte alla repressione, non una condizione etnica.
«Poi arrivarono le persecuzioni di Hitler: 500 mila Rom eliminati nei campi di concentramento» spiega Ernesto Rossi, presidente dell’associazione culturale Aven Amentza. Si occupò di loro anche il fascismo, deportandoli dalla Slovenia italiana nel campo di Tosci (Te) e rinchiudendo i Sinti abruzzesi a Boiano (Cb).
Alcune circostanze accomunano Rom ed ebrei: essere stati entrambi schiavi. I primi accusati di essere della stirpe maledetta di Caino, i secondi di deicidio. Ariani degradati gli uni, razza inferiore gli altri. Dai nazisti gli ebrei subirono la shoàh (distruzione), i Rom il porrajmos (divoramento). Ma se ai primi la Germania ha riconosciuto i danni, ai secondi nessun rimborso. La scusa adottata fu che i Rom non sarebbero un popolo, un’unità culturale, ma una condizione.
(Fonte: Focus)
La seconda area, che corrispondeva ai principati di Valacchia e di Moldavia (oggi parte della Romania), li vide invece nello scomodo ruolo di schiavi. Erano proprietà del principe, e lui poteva permettere loro l’esercizio di mestieri itineranti (acrobati, addestratori di orsi, giocolieri), lingurari (costruttori di utensili di legno), calderai e ramai, a patto che gli pagassero i tributi. Salvo venire donati, con l’intera famiglia, a un monastero ortodosso a saldo dei peccati del principe. Spesso i Rom erano schiavi di feudatari e monasteri che li utilizzavano nei campi. E rimasero tali fino alla metà dell’800 (altro che nomadi...), quando, con le rivoluzioni liberali, fu abolito lo schiavismo nella regione.
Queste prime due aree, la Balcanica e la Rumena, oggi ospitano il 90% dei Rom europei. E non per caso sono sedentari, vivono in vere case con bagno e cucina, sanno fare i mestieri più diversi, coltivano la terra. In Romania, 1 milione 800 mila Rom, i furti da loro commessi sono vicini allo zero. Lo afferma l’Interpol.
Ma c’è una terza area, conflittuale: è l’Europa occidentale, dove si protende il “Paese dei campi” (in Italia i Rom sono lo 0,15% della popolazione: circa 87.000 persone). Come sono arrivati?
Pellegrini “raccomandati”. Fra il 1417 e il 1430 furono notate, dall’Italia all’Olanda, compagnie di pellegrini che si dicevano “egiziani”. Erano condotte da presunti conti e duchi, composte da uomini, donne, bambini, cavalli e cani. I cronisti del tempo raccoglievano sempre la stessa versione: “Siamo egiziani, ma cristiani, dobbiamo espiare una penitenza per un peccato di apostasia che ci condanna a un pellegrinaggio di 7 anni. Per favore aiutateci”. Le lettere erano firmate da Sigismondo, imperatore del Sacro Romano Impero, dal papa o da altri grandi. Alcune erano vere, molte altre false. Risultato: molte città fecero cospicue donazioni ai sedicenti “egiziani”, da cui vengono alcuni nomi che oggi indicano i Rom, come gipsy o gitani. Ma un pellegrinaggio credibile non poteva durare in eterno.
Via alle persecuzioni. Si diffusero così bandi per cacciare i Rom. Erano repressi di pari passo con la nascita dell’industria nell’Europa occidentale, che richiedeva mano d’opera salariata e non consentiva forme di accattonaggio o mestieri da girovaghi. Nonostante la repressione (in alcune fasi chi uccideva uno zingaro aveva diritto ai suoi beni), i Rom si legarono a vari territori, da cui presero il nome, come i Sinti piemontesi, i Sinti lombardi, i Kalè andalusi, i Manouche francesi, i Romanichals gallesi.
Il 50% della loro lingua rimase quella delle origini, per il resto acquisirono termini delle lingue locali. «In questa parte d’Europa, dove tanti popoli avevano dovuto lottare per la loro identità» spiega Piasere «i Rom si mossero molto cautamente. Non fecero mai guerre e per non essere cancellati, si sparpagliarono in piccole unità, famiglie allargate che ogni tanto si riunivano, ma dovevano essere mobili e sfuggenti ai controlli». Il nomadismo fu quindi un adattamento di fronte alla repressione, non una condizione etnica.
«Poi arrivarono le persecuzioni di Hitler: 500 mila Rom eliminati nei campi di concentramento» spiega Ernesto Rossi, presidente dell’associazione culturale Aven Amentza. Si occupò di loro anche il fascismo, deportandoli dalla Slovenia italiana nel campo di Tosci (Te) e rinchiudendo i Sinti abruzzesi a Boiano (Cb).
Alcune circostanze accomunano Rom ed ebrei: essere stati entrambi schiavi. I primi accusati di essere della stirpe maledetta di Caino, i secondi di deicidio. Ariani degradati gli uni, razza inferiore gli altri. Dai nazisti gli ebrei subirono la shoàh (distruzione), i Rom il porrajmos (divoramento). Ma se ai primi la Germania ha riconosciuto i danni, ai secondi nessun rimborso. La scusa adottata fu che i Rom non sarebbero un popolo, un’unità culturale, ma una condizione.
(Fonte: Focus)











